Il genocidio degli Armeni nel 1915 fu un sinistro preludio ad altri stermini di massa che avrebbero costellato tutto il ‘900. Dopo l’Olocausto, di così grande portata ci fu solo il genocidio del Ruanda, dove dal 6 aprile al 16 luglio 1994, in 100 giorni circa, 800.000 persone, prevalentemente di etnia Tutsi, persero la vita. Questo tragico episodio ha evidenziato le gravi mancanze della comunità internazionale nell’affrontare le crisi umanitarie e ha portato a un rinnovato impegno per prevenire simili atrocità in futuro.

Il Ruanda è un piccolo paese situato nell’Africa orientale, senza sbocchi sul mare. Confina a nord con l’Uganda, a est con la Tanzania, a sud con il Burundi e a ovest con la Repubblica Democratica del Congo. Per comprendere meglio questo evento, che ha avuto radici storiche, culturali e politiche, dobbiamo partire dalla colonizzazione tedesca e in seguito belga del Ruanda. La colonizzazione è stata una combinazione di fattori strategici,politici ed economici comuni durante il periodo della “corsa all’Africa” del XIX secolo, alimentata anche della rivalità tra potenze europee per l’acquisizione di territori e risorse. Tra i principali motivi ci sono stati, la ricerca di risorse naturali e nuove fonti di materie prime, che molte nazioni europee cercavano, per sostenere la loro crescita economica e industriale; l’interesse strategico, in quanto il controllo del territorio africano offriva basi navali, vantaggi militari e rotte commerciali, e ancora, le missioni coloniali, che sostenevano l’espansione europea, come un dovere morale per portare civiltà e progresso nei popoli selvaggi dell’Africa. Il Ruanda con la sua posizione strategica e le sue risorse è stato oggetto di interesse per molte nazioni europee. Inizialmente era parte dell’impero tedesco fino alla Prima Guerra Mondiale, quando la Società delle Nazioni nel 1924, l’ha assegnato come mandato al Belgio, che ha continuato la colonizzazione e l’amministrazione fino al 1962, anno dell’indipendenza. Prima dell’arrivo del dominio belga, il Ruanda era una società stratificata con una struttura di potere monarchica, il re noto come “mwami”, era sostenuto da una classe di aristocratici chiamati Tutsi, allevatori di bestiame, che costituivano una minoranza ma detenevano il potere politico ed economico. Gli Hutu invece, rappresentavano la maggioranza della popolazione, erano agricoltori e possedevano piccoli appezzamenti di terra. Queste distinzioni erano fluide e potevano cambiare nel corso del tempo, era possibile per gli individui spostarsi da una classe all’altra. Fu l’arrivo dei belgi a creare instabilità e periodi di conflitto all’interno della società. La loro politica coloniale poteva essere racchiusa nella massima “DIVIDI ET IMPERA”.

Nel 1933 con l’installazione di un sistema di registrazione basato su carte di identità etniche, i belgi hanno accentuato la distinzione tra Hutu e Tutsi, basandosi principalmente sulle caratteristiche fisiche e sul possesso di bestiame, contribuendo a consolidare il potere Tutsi. Non solo, con le loro politiche economiche, i colonizzatori hanno favorito lo sfruttamento delle risorse naturali, come caffè e tè a scapito degli Hutu, che versavano in condizioni di sfruttamento e povertà. L’appoggio del Belgio ai Tutsi termina nel 1950, quando a seguito del malcontento generale per lo sfruttamento coloniale, che porta i Tutsi a progettare l’indipendenza e gli Hutu a ribellarsi, i belgi decideranno di sostenere la rivolta Hutu. È solo nel 1957 che il clima inizia a diventare più teso, a seguito della fondazione del Parmehutu, un gruppo intellettuale che promuoveva gli interessi degli Hutu, e della pubblicazione del “Manifesto dei Bahutu”, con l’obiettivo di una rivoluzione sociale basata sulla egemonia Hutu, per annientare quello che era stato il dominio incondizionato Tutsi. Il Parmehutu ha portato negli anni ’60 l’abolizione della monarchia e l’instaurazione della repubblica guidata da Gregoire Kayibanda. Il principale obiettivo di questo nuovo “regime” era la persecuzione dei Tutsi, attraverso politiche razziste e violente. Queste atrocità continuarono durante il regime del 1973 di Habyarimana, salito al potere tramite un colpo di stato. Negli anni ’80 il Ruanda versava in condizioni economiche critiche, dovute soprattutto alla crescita demografica repentina, questo clima ha inasprito i rapporti tra le due fazioni, in particolar modo, dopo la fondazione del FRP (fronte patriottico ruandese) ad opera di Fred Rwigyema e Paul Kagame, che aveva come obiettivo il ritorno al potere dei Tutsi. Habyarimana promise in un clima di tensione e violenza, una Costituzione nel 1991, che potesse portare democratizzazione, e nel 1993 varò degli Accordi di Pace. Come tutti i giochi di potere, anche questo serviva a tenere a bada la popolazione; contemporaneamente infatti, l’Akazu, il cerchio ristretto di Habyrimana, iniziava a pianificare il genocidio, creando milizie e diffondendo propaganda tramite “Radio Machete”. Tutto questo, con l’aiuto economico della Francia. Il 9 febbraio 1993 il quotidiano parigino Libération riportò la seguente affermazione: “La Francia sta supportando un regime che da due anni sta provando a pianificare lo sterminio della minoranza Tutsi”. La Francia, infatti, stava facendo ottimi affari con Habyarimana, soprattutto nella vendita delle armi, rendendo il Ruanda il 3° importatore di armi di tutta l’Africa. Il 6 aprile 1994 è l’inizio del genocidio, quando l’aereo presidenziale, dove viaggiava Habyarimana, in fase di atterraggio viene abbattuto da un missile. Bagosora, il capo di gabinetto del ministero della difesa, pubblica una lista di 1500 persone da uccidere per prime. La radio coordina le operazioni, le strade vengono bloccate e tutti coloro i quali hanno sulla carta d’identità l’appartenenza all’etnia Tutsi, vengono uccise a colpi di machete, asce,lance e mazze chiodate. A capo di questi massacri ci sono l’Interahamwe (“coloro che attaccano insieme”) e gli Impunzamugambi (“coloro che hanno un unico obiettivo”), gruppi di giovani addestrati da locali e soldati francesi nelle caserme dell’esercito ruandese. Anche le chiese vengono violate. Nessuno posto era sicuro per i Tutsi. In aprile avvenne il ritiro del contingente di pace dell’ONU e i pochi Caschi Blu rimasti, assistono impotenti al massacro che si consuma davanti ai loro occhi. Migliaia di persone organizzano la resistenza. Il 22 Giugno, con L’Operazione Turquoise (22 giugno – 21 agosto), i francesi intervengono. Questa operazione verrà riconosciuta dall’ONU, come missione di pace, ma alla base vi era la volontà di sostenere il regime Hutu. Il 4 luglio, Paul Kagame, leader dell’esercito FPR, entra nella capitale, Kigali. Il 16 luglio il massacro viene dichiarato concluso.

La Human Rights Watch, contò circa 40.000 responsabili del genocidio, che si erano nascosti tra gli sfollati al confine. Le tensioni del Ruanda dilagarono anche nei paesi confinanti, tanto da diventare una delle cause della Prima Guerra Mondiale Africana, la Guerra del Congo del 1996-1997. L’8 novembre 1994 viene istituito il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (ICTR), con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per giudicare i responsabili del genocidio e la violazione dei diritti umani, perpetrata nei 100 giorni più violenti della storia. 30 anni dopo, il 6 aprile 2024, il presidente francese Emanuel Macron, in un comunicato stampa, ammette le responsabilità della Francia di questo genocidio, “che avrebbe potuto fermare ma non ne ha avuto la volontà”. Il rapporto, fortemente voluto da Macron, ha fatto emergere “una complessiva inerzia da parte di Parigi nel valutare la situazione e nell’attuale misure di contrasto”.

Articolo a cura di Martina Massaro

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