Il 2024 possiamo consideralo come l’anno delle elezioni, l’anno in cui l’aspetto politico e decisionale potrà cambiare totalmente o rimanere invariato, in entrambi i casi, le conseguenze e il futuro saranno di grande portata.
Otto dei dieci paesi più popolosi al mondo andranno al voto, tra questi Russia, India, Brasile, Stati Uniti, Messico, Indonesia e 18 paesi dell’Africa. 76 paesi del mondo con circa il 51% della popolazione mondiale. In almeno la metà però, secondo il Democracy Index dell’Emoconomist,non ci saranno elezioni libere e democratiche che non porteranno affatto ad una rivoluzione totalizzante dell’apparato statale.
Anche in Europa si voterà dal 6 al 9 giugno, con 400 milioni di elettori e 27 stati membri su 46. A dare il via alle elezioni è Taiwan, il 13 gennaio, dove si voterà per il cambio del Parlamento.
Caso che vorrei prendere in considerazione è il Messico, dove da un po’ di tempo, si sta sviluppando una protesta nei confronti del presidente Andrés Manuel López Obrador, populista di sinistra eletto nel 2018, leader del partito Morena.
Alla base di questo dissenso pubblico c’è l’insoddisfazione e l’opposizione riguardo le elezioni, la popolazione chiede un “voto libero dalle interferenze”, e tutti sono scesi in strada a Città del Messico sotto il segno di “NO MATEN A LA DEMOCRACIA”.
Diverse e molteplici sono le motivazioni, principale è la volontà di AMLO (ndr. acronimo di Obrador) di avanzare 20 riforme costituzionali al Congresso, tra queste: elezioni con voto popolare dei Giudici della Corte, aumento delle pensioni, proibizione del commercio del fentanyl, accesso gratuito al sistema sanitario e la riforma dell’INE (istituto enti nominativi) l’organo che organizza e supervisiona le elezioni federali che verrebbe accorpato alle commissioni elettorali. Quest’ultimariforma, secondo il popolo messicano, andrebbe a danneggiare la fragile democrazia del paese. Questa istituzione è stata più volte accusata dal presidente di corruzione e vedrà anche un forte ridimensionamento dei budget, sedi, personale e mansioni. Obrador in una recente intervista si difende, affermando che queste misure hanno lo scopo principale di rimettere in piedi la vita pubblica, cosa che negli ultimi 36 anni di governo neoliberale non era accaduto, piuttosto si pensava a sistemare il quadro giuridico a favore di una minoranza. Sta di fatto che il futuro di questa legge rimarrà incerto e l’opposizione si prepara alla sfida portando il caso alla Corte Suprema.
Lo stesso presidente è convinto che molte di queste proposte non verranno approvate, ma serviranno ad influenzare il dibattito pubblico prima delle elezioni, nonostante il partito Morena abbia abbastanza seggi in Parlamento per approvare le riforme costituzionali. Alleata in questa “lotta” è Claudia Sheinbaum, ex sindaco di Città del Messico, rivale di Xòchtil Gàlvez, senatrice indigena di 60 anni. Entrambe contano ottime percentuali alle elezioni, Sheinbaum con il 64% e Gàlvarez con il 31%. La senatrice inoltre è stata una delle prime a denunciare l’uso improprio dell’apparato statale per promuovere la Sheinbaum, ha intimato al presidente di non intromettersi nelle elezioni e ha messo in guardia la criminalità organizzata del paese.
Nonostante tutto, le proteste infervorano e le piazze sono gremite di gente che manifesta, e come il più delle volte succede in questi casi, ecco che il passato, celato o dimenticato, inizia a fare capolino nella vita delle persone. Gli scandali iniziano a scuotere i media messicani, accuse contro il presidente di voler togliere spazio all’opposizione e del “presunto” finanziamento dei narcos alla sua campagna elettorale del 2006.
In questi 18 anni, infatti, in Messico i Narcos hanno ucciso circa 200mila persone, anche se tra desaparecidos, fosse comuni di cadaveri carbonizzati e resti di vittime, si pensa che il numero sia solo una stima più che approssimativa. Fin dai primi anni la campagna di Amlo contro il narcotraffico è stata di perdono, ascolto e comprensione, e mentre lui si professa(va) “avverso alla legge del Taglione” la dicotomia Narcos e Messico è al culmine del potere.
E non solo, il leader populista è finito negli ultimi giorni al centro di una polveriera mediatica che avrà conseguenze sulla sua credibilità politica. Il figlio José Ramòn Lòpez Beltràn, tra il 2019 e il 2020 ha vissuto in una villa lussuosa circa un milione di dollari alla periferia di Houston in Texas, ciò che insospettito il giornalista Carlos Loren de Mola è che la villa apparteneva a Keith Schilling, in quegli anni dirigente di Baker Hughes, azienda americana nel campo petrolifero, che aveva ottenuto un importante appalto da Pemex, azienda messicana già da tempo invischiata in appalti illegali e che Obrador ai tempi, ha denunciato e sfruttato a suo vantaggio per professare lo stile di vita semplice, privo di ostentazione e lontano dalla corruzione. Insomma, una vera e propria dottrina dell’Homo Novus Messicano, ma che a quanto pare in Texas non è arrivata in tempo.
Eppure, nonostante le proteste e il recente oltraggio pubblico, il Presidente Obrador ha un gradimento al 77% e si conferma come il secondo più apprezzato al mondo. Il leader messicano ha raggiunto valori di gradimento più alti a Sinaloa e Guerrero con 86%, e con il 63% ad Aguascalientes e Città del Messico.
Dinamiche e giochi di potere iniziano a farsi strada in un anno che sarà ricco di cambiamenti, dove gli artefici di nuove pagine di storia saremo noi, cittadini, chiamati a votare.
Articolo a cura di Martina Massaro
