La tregua raggiunta nella Striscia di Gaza ha aperto uno spiraglio di speranza dopo mesi di devastazione, ma anche un nuovo capitolo fatto di calcoli, interessi e visioni divergenti sul futuro della regione. Dietro le quinte della fragile intesa, tra emissari politici e intermediari d’occasione, spicca una figura ormai familiare nei dossier mediorientali: Jared Kushner, l’uomo d’a ari che ha trasformato la diplomazia americana in un laboratorio di realpolitik privata.

Il nome di Kushner è indissolubilmente legato a quello degli Accordi di Abramo, la storica intesa del 2020 che normalizzò i rapporti tra Israele e vari Paesi arabi, inaugurando una stagione di cooperazione economica e tecnologica nel segno del pragmatismo.

Ma oggi, cinque anni dopo, l’ex consigliere presidenziale è tornato a muoversi — lontano dai riflettori di Washington — come mediatore non ufficiale in uno dei teatri più esplosivi del mondo.

A rivelare il suo peso nelle ultime trattative è stata la sua capacità di riattivare canali di comunicazione diretti tra Israele, Stati Uniti e alcuni governi arabi moderati, indispensabili per costruire una cornice politica alla tregua. In particolare, il coordinamento con Steve Witko , imprenditore immobiliare e consulente speciale per il Medio Oriente, ha creato un asse informale di negoziazione che ha preceduto e, in parte, affiancato la diplomazia ufficiale.

Il risultato è stato un cessate il fuoco mediato al di fuori dei canali tradizionali, in perfetto stile kushneriano: discreto, rapido, pragmatico — ma non privo di ombre. Con la tregua appena firmata, l’attenzione della comunità internazionale si è spostata sul dopo-Gaza, una ricostruzione che già promette di essere una delle operazioni economiche più ingenti della storia recente. Si parla di decine di miliardi di dollari, di appalti, concessioni e fondi multilaterali. In questo scenario, Kushner e il suo network di contatti nel Golfo si posizionano come attori chiave, pronti a convogliare capitali, competenze e interessi nella nuova “economia della pace”.

Kushner non ha mai nascosto la propria visione: per lui, la negoziazione internazionale è un’estensione del mercato, non un’arte di compromessi ma una sequenza di accordi. “Quando sei un uomo d’a ari, il tuo compito è capire le persone e trovare il punto d’incontro. È un altro genere di sport”, ha dichiarato di recente. Un approccio che può apparire e icace nel breve termine — come dimostra la tregua raggiunta — ma che solleva interrogativi sulla confusione tra interessi pubblici e privati. Non è un mistero che Kushner intrattenga rapporti economici con l’Arabia Saudita, principale finanziatore del suo fondo di investimento, e che le sue iniziative imprenditoriali si sovrappongano spesso ai dossier diplomatici su cui lavora.

Per alcuni analisti, questa “diplomazia del profitto” rappresenta un nuovo paradigma di influenza americana: non più fondata su interventi militari o imposizioni politiche, ma su reti finanziarie, alleanze economiche e promesse di sviluppo.Il piano di ricostruzione che si profila all’orizzonte punta a trasformare la costa di Gaza in una sorta di “hub economico del Mediterraneo orientale”, un corridoio strategico che colleghi Israele, Egitto e i mercati arabi. Dietro la retorica della rinascita, però, emergono preoccupazioni legate alla sovranità palestinese e alla gestione delle risorse: chi controllerà i fondi? Chi deciderà come ricostruire? E soprattutto, chi trarrà profitto dai nuovi giacimenti di gas individuati al largo della costa?

Gli esperti stimano che solo per rimuovere le macerie occorreranno oltre vent’anni, con costi iniziali superiori ai 50 miliardi di dollari. Una cifra che, inevitabilmente, attirerà governi, investitori e società di costruzione. In questo scenario, l’ex consigliere della Casa Bianca sembra intenzionato a giocare un ruolo da facilitatore e investitore, in una linea sempre più sottile tra diplomazia e business. In molti lo considerano il simbolo di una stagione in cui la geopolitica si è ibridata con la finanza, e i tavoli di negoziazione assomigliano sempre più a consigli di amministrazione.

Kushner non è un diplomatico tradizionale, ma un imprenditore che usa il linguaggio del profitto per tradurre in risultati concreti la complessità delle relazioni internazionali.

Che si tratti di costruire ponti o di firmare accordi, il suo metodo rimane lo stesso: arrivare a un “sì” e definire i dettagli dopo. Un pragmatismo che può produrre risultati rapidi, ma che rischia anche di lasciare aperte questioni strutturali — prima tra tutte, la vera autodeterminazione palestinese.

Nel mosaico geopolitico del Medio Oriente, Jared Kushner appare come l’uomo di una nuova stagione: quella della diplomazia privata, dove la pace è al tempo stesso un obiettivo e un investimento. Tra interessi strategici e ambizioni economiche, la ricostruzione di Gaza sarà la sua prova più difficile — non solo come negoziatore, ma come simbolo di un modo diverso, e forse pericolosamente disinvolto, di concepire la politica estera americana.

Articolo a cura di Antonio Lungo

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