È ormai digerita, a fatica, la morte dell’ attivista per i diritti umani Aleksej Navalny. Con lui si spegne uno degli ultimi baluardi della libertà in quella sconfinata nazione che è la Russia. Sconfinata come la passione e la minuzia che in vita Navalny tenne, per osteggiare niente poco di meno che la bruta arroganza dello Zar Putin. Sembrerebbe un finale da thriller, magari redatto da Connelly, una di quelle storie strappalacrime dove l’intelligenza e il coraggio si piegano alla logica della bestialità. Ahinoi non è così! È tutto vero…
Ma cosa lascia Navalny, quale è l’eredità di uno degli ultimi irriducibili sognatori in un mondo, quello russo e non, che non lascia più spazio a tali bassezze, di fronte (si fa per dire) all’onore della Grande Russia?
L’interrogativo è doveroso, la risposta poco chiara. Qui si rischia di stigmatizzare la figura di un uomo per poi accantonarla . Di considerare la morte di Navalny un canto del cigno per la libertà soppressa. Serve coraggio, cautela, diplomazia. Così si strozza la barbarie dello Stato orwelliano edotto alla logiche del potere. Serve, per dirla come Papa Francesco, “la costruzione di un mosaico di speranza”. Nessuno è eterno, nemmeno Vladimir Putin, eppure non bisogna sottovalutare il disegno che questo tenderà a lasciare. Un disegno che implica, nella devianza delle menti che insieme a Lui si attanagliano, la logica dello Stato piegata ai diritti del singolo. Un disegno che potrebbe lasciare una nazione così bella, audace, sconfinata appunto come la Russia, nelle mani di personalità a lui simili e/o contigue. Per i più attenti è chiaro che quello che si sta verificando è un passo indietro secolare, un ritorno alle monarchie assolutiste di un mondo che non c’è più…
Un cocktail alla vodka intriso di Statalismo e Dittatura ( come nella migliore delle tradizioni staliniane). Neppure Ivan il terribile o Breznev si spinsero a tanto.
Poiché di una morte si tratta, però, non bisogna tralasciare nemmeno il lato umano…
Soprattutto il lato umano…
Gli occhi della madre che si prostra ma non si piega per ricevere la salma del figlio. Una donna di coraggio che sfida lo Stato canaglia e, si fa Antigone. Perché come l’ eroina di Sofocle sostiene che vi sono, rispetto alle leggi umane ( fallaci, erronee) altre leggi giuste per loro natura. Leggi tanto sacre e partecipate da essere considerate quasi divine, in ossequio alla miglior tradizione Giusnaturalistica, le leggi dell’amore, del coraggio, del rispetto reciproco tra i cittadini.
Consci della drammaticità dell’atto, evitiamo che si sconfini nella brutalità e che, nella sostanza dei fatti, si costruisca una nuova primavera: di pace, prosperità, libertà…
Articolo a cura di Giovanni Giampaolo e Gianmarco Bruno

Complimenti di vero cuore… Bellissimo articolo