È il 6 gennaio 1980. Piersanti Mattarella, allora Presidente della Regione Siciliana, si sta recando a messa nel giorno dell’Epifania insieme alla moglie Irma Chiazzese, alla suocera Franca Chiazzese Ballerini e ai figli Maria e Bernardo. Quella mattina, in via della Libertà a Palermo, mentre Mattarella èalla guida della propria Fiat 132, un giovane con il cappuccio in testa si avvicina all’auto e inizia a sparare con una rivoltella calibro 38. La pistola si inceppa, l’assassino si allontana e raggiunge una Fiat 127 bianca dove lo aspetta un complice,che gli consegna un’altra arma con la quale finirà l’agguato, uccidendo Piersanti.
La scena è vista con orrore dalla moglie Irma, che riuscirà a vedere in volto l’attentatore, notandone gli “occhi di ghiaccio e l’andatura ballonzolante”. Grazie a questa descrizione sarà possibile redigere un identikit. L’auto usata per la fuga, la Fiat 127 bianca, verrà, poi, ritrovata abbandonata verso le ore 14:00, a circa 700 metri dal luogo del delitto.
Nato nel 1935 a Castellammare del Golfo, Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, fu figlio di Bernardo, importante esponente della Democrazia Cristiana, e di Maria Buccellato. Ricevette un’educazione cattolica rigorosa dai gesuiti e si impegnò presto nell’associazionismo laico cristiano, diventando nel 1960 leader nazionale dell’Azione Cattolica. Il suo ingresso nella Democrazia Cristiana fu segnato dall’ammirazione per Aldo Moro, figura di riferimento per la corrente progressista del partito, i cosiddetti “Amici di Moro”. La stima tra i due sarà reciproca: Moro vorrà Mattarella nel Consiglio e poi nella Direzione nazionale del partito.
Nel 1964 si candidò alle elezioni comunali di Palermo nella lista DC divenendo consigliere comunale di Palermo. Negli anni a seguire ricoprì diversi incarichi regionali fino ad essere eletto dall’Assemblea Regionale Siciliana (ARS), il 9 febbraio 1978, presidente della Regione Siciliana con 77 voti su 100:uno dei risultati più alti mai ottenuti nella storia dell’Assemblea alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano (PCI).
La sua presidenza si distinse per l’azione riformatrice portata avanti nella regione volta a contrastare l’influenza della mafia nell’amministrazione regionale. Adottò misure per regolamentare gli appalti pubblici e combattere la speculazione edilizia, introducendo normative che uniformavano gli standard di costruzione a quelli nazionali, rendendo così illegali molti progetti legati alla mafia. Queste iniziative gli valsero l’ostilità di Cosa Nostra e di alcuni esponenti politici collusi.
Le modalità dell’omicidio, inconsuete per un delitto di mafia, fecero inizialmente pensare a un attentato terroristico nero. Nel 1982, alcuni collaboratori di giustizia provenienti da ambienti di destra indicarono come possibili responsabili i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), organizzazione terroristica italiana di orientamento neofascista e neonazista di estrema destra attiva dal 1977 al 1981. Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio Fioravanti detto “Giusva”, leader dei NAR,accusò quest’ultimo e Gilberto Cavallini di essere gli esecutori materiali del delitto. L’accusa parve credibile anche perché Irma Chiazzese, moglie di Mattarella, riconobbe in Valerio Fioravanti il volto dell’assassino. Tuttavia, nel 1998 entrambi furono assolti per insufficienza di prove. L’ipotesi venne, dunque, scartata e l’omicidio ricondotto a un mandante mafioso.
Le indagini furono complesse e si protrassero per diversi anni, coinvolgendo figure chiave della magistratura italiana e basandosi sulle rivelazioni di importanti collaboratori di giustizia. Inizialmente, il caso fu affidato al giudice Giovanni Falcone, il quale, attraverso meticolose indagini, riuscì a delineare il coinvolgimento diretto di Cosa Nostra nel delitto. Le testimonianze di pentiti come Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia furono determinanti nel ricostruire la dinamica dell’omicidio e nell’identificare i mandanti. Secondo queste testimonianze, l’assassinio di Mattarella fu deciso dalla Commissione di Cosa Nostra, composta da figure di spicco come Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Il 12 aprile 1995 la Corte d’Assise di Palermo condannò all’ergastolo questi boss mafiosi come mandanti dell’assassinio.
Nonostante ciò, l’identità degli esecutori materiali rimase a lungo incerta. Negli anni Duemila emersero nuovi elementi, eindagini più recenti hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, entrambi noti killer al soldo di Cosa Nostra, come possibili responsabili dell’agguato.
Tra le prime persone ad arrivare sul luogo del delitto vi fu la celebre fotoreporter Letizia Battaglia. Inizialmente, l’atmosfera sembrava quella di un banale incidente stradale. Ma fu sufficiente un solo scatto per imprimere nella memoria collettiva una delle immagini più potenti della storia italiana contemporanea: un uomo chino su un corpo esanime, un gesto disperato, un dolore intimo e profondo.
Quell’uomo, dai capelli già brizzolati, era Sergio Mattarella, allora lontano da ogni palcoscenico politico. Era il fratello di Piersanti, e in quel momento, straziato dal dolore, cercava di sorreggergli il capo. Accanto a lui, la moglie Irma, cercava diaprire la portiera per aiutarlo a estrarre il corpo ancora vivo del marito.
Ma la morte sopraggiunse pochi minuti dopo, sotto i colpi della mafia. E la fotografia che Letizia Battaglia scattò in quell’attimo sospeso, documentò ben più di un fatto di cronaca: fissa nel tempo la tragedia di una famiglia, ma anche il dramma di un’intera nazione.
“Fui la prima ad arrivare in via della Libertà dove avevano ucciso Piersanti Mattarella. […] Sergio Mattarella teneva abbracciato il corpo del fratello, lo stava tirando fuori. Avevamo le macchine fotografiche in mano, pensavo si trattasse di un piccolo incidente, ma quella volta ci siamo fermati e ho scattato. È una foto drammatica come ogni tanto capita di scattare per caso, per un intuito. Dentro c’è tutto: la moglie, la figlia, il fratello fuori dall’auto, e Sergio chinato su Piersanti.”
A cura di Ludovica Barone
