A due anni dall’elezione di Joe Biden come presidente degli Stati Uniti, i cittadini sono tornati alle urne per il “midterm”, in cui si è deciso gran parte dell’assetto del nuovo Congresso. Più nel dettaglio si è votato per l’intera Camera dei Rappresentanti(435 deputati in carica per due anni) ,si è rinnovato un terzo del Senato(35 senatori su 100 in carica per sei anni) e sono stati eletti 36 governatori dei 50 Stati federali; storicamente è il partito di opposizione a prevalere in questa tornata elettorale, e anche questa volta sembrava che non sarebbe andata diversamente : in maniera del tutto inaspettata è stato il Partito Democratico a riconfermare il risultato di due anni fa. Considerate da sempre espressione della volontà popolare, le midterm di quest’anno hanno consegnato un Paese spaccato esattamente a metà; questa situazione di stallo ha giocato a favore dei democratici che sono riusciti a conservare la maggioranza in Senato. Il Presidente Joe Biden si è detto estremamente soddisfatto del risultato e, ricalcando il principio di collaborazione, ha teso una mano agli avversari con lo scopo di poter governare il Paese e per far fronte alle grandi sfide che dovrà affrontare. Ed è proprio in un momento storico come questo, caratterizzato da un conflitto nel cuore dell’Europa, da un’economia mondiale in ginocchio, dagli equilibri tra molti Stati messi in discussione, che il risultato di queste elezioni ha assunto un significato del tutto particolare. Si è andati non soltanto a ridisegnare gli assetti politici interni, anche se di fatto la situazione è rimasta pressoché identica, ma ad incidere positivamente sulle scelte politiche che avranno una ripercussione a livello internazionale: una svolta nel conflitto russo-ucraino, i rapporti con Europa, Cina e Russia. Eppure, questa situazione di stallo, non sembra aver dato una risposta a tutti quelli che da spettatori interessati, si aspettavano un’inversione di tendenza che non c’è stata. Questo implica una serie di conseguenze: innanzitutto sul fronte del dialogo appena avvenuto (in occasione del vertice del G20) tra Usa e Cina, Biden, fortificato dal risultato elettorale, ha potuto riaffermare le proprie posizioni in maniera più preponderante e incisiva, anche se non ha rassicurato totalmente il suo omonimo cinese Xi Jinping sull’effettiva e totale realizzazione della sua agenda, trovando comunque una forte opposizione repubblicana alla Camera. Sul conflitto Russia- Ucraina si proseguirà presumibilmente mantenendo le stesse posizioni assunte finora, ma il presidente americano sta approfittando proprio del G20 per spingere il leader cinese ad esigere dal presidente russo Vladimir Putin, suo alleato, una negoziazione per la pace, necessaria e si auspica imminente. Resta nevralgica la situazione interna del Paese, che come ribadito poc’anzi pecca di una propria identità, riconosciuta e riconoscibile, che ha sempre reso gli Stati Uniti d’America anche per questo una grande nazione. Sarà proprio questo il compito più difficile del presidente Biden, la cui ricandidatura alle elezioni del 2024 è ancora incerta (a differenza di quella del suo rivale repubblicano Donald Trump, ufficializzata stamani) : quello di risollevare il Paese abbattendo le differenze sociali, politiche ed economiche, che mai come adesso gravano sui cittadini. La sua aspirazione deve essere quella di unire e non di disunire, di rappresentare tutti e non solo una metà della popolazione, di evitare che gli animi si scaldino e sfocino in atti violenti, ma soprattutto dare un segnale forte per il rispetto dei diritti che devono essere di tutti, per far si che anche i più deboli si sentano tutelati. Tirando le somme, mentre i repubblicani devono decidere se sia più giusto cambiare il proprio leader e la direzione del partito, è al presidente Joe Biden che spetta l’arduo compito di, per citare lo slogan del suo attuale maggiore oppositore nonché ex presidente Donald Trump, “Make America Great Again”.
A cura di Mariafrancesca Pepe
