Credere nel “purismo ideologico” è un pensiero nobile, ma utopico.
Chi ritiene che la Politica pura sia quella che non cede a compromessi, ha una visione quantomeno illusoria della realtà.
I lettori mi perdoneranno la franchezza, ma è la storia a raccontare il contrario.


Si è soliti attribuire al sostantivo “compromesso” un’accezione ingiustificatamente negativa, considerandolo l’espressione di un cedimento morale e di un’intrinseca debolezza del sistema valoriale.
Allora proverò ad utilizzare un’altra locuzione, così da far tutti più contenti: da adesso parleremo di “scopo della negoziazione per la risoluzione delle controversie”.
Eppure – permettetemi – il concetto poco cambia se si continua ad intendere la possibilità di rinunciare a qualcosa come una debolezza e non come una virtù e la mediazione come una sconfitta e non come una possibilità di far del bene.
Hanno sempre sbagliato coloro che hanno perseguito l’obiettivo di un accordo in luogo di uno stallo decisionale o, peggio ancora, di una degenerazione violenta di un conflitto?

Indubbiamente il procedimento compromissorio – di negoziazione, scusate, mea culpa – ha avuto origine col Referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e la successiva elezione per scegliere i componenti dell’Assemblea Costituente.
Appare evidente che già agli albori dell’Italia Repubblicana, i “Padri e le Madri costituenti” si siano trovati di fronte all’esigenza di negoziare soluzioni di compromesso: il bicameralismo paritario e indifferenziato rappresentò, di fatto, una soluzione di adattamento fra il “modello democristiano”, che pretendeva una “Camera” di rappresentanza politica e un’altra di rappresentanza di interessi, e quello rivendicato dal “blocco popolare” (PSI e PCI), che, al contrario, reclamava un’unica “Camera” in esclusiva rappresentanza della volontà popolare.


E così più avanti nel tempo, tra il 1973 ed il 1979, con il cosiddetto “Compromesso storico”  locuzione aggettivale (non mia, non v’arrabbiate) con la quale si designa la strategia politica elaborata dal Partito Comunista Italiano, ispirata dalle riflessioni del suo segretario, Enrico Berlinguer, sull’esperienza cilena del governo di Unidad Popular di Salvador Allende.
Detta strategia si fondava sulla ricerca di un accordo di collaborazione fra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista e quelle di ispirazione cattolico-democratica, al fine di dar vita a una compagine politica capace di realizzare un programma di profondo risanamento e rinnovamento della società e dello Stato italiani, sulla base di un consenso di massa ampio. 
Va detto –  ed è fin troppo evidente! –  che, al di là dell’esigenza di definire soluzioni compromissorie necessarie per l’azione di governo, la strategia del “Compromesso storico” avrebbe significato il superamento del “monismo” democristiano e l’abolizione della “conventio ad excludendum” nei confronti del PCI, che si sarebbe trovato per la prima volta al Governo.


Compito della Politica, in primis il Parlamento e in secundis l’Esecutivo, è quello di rappresentare e decidere negli interessi della popolazione nella sua interezza: la dialettica tra la maggioranza e l’opposizione deve avere proprio questo fine.
Se il dialogo tra le parti viene meno, vi sono due possibilità, ciascuna possibile degenerazione del sistema rappresentativo: l’imposizione forzata di idee da parte della maggioranza o lo stallo decisionale.
Le conseguenze, in entrambi i casi, ricadrebbero sulle spalle dei cittadini, che, ora come non mai, hanno necessità di sentire tutelati i propri interessi e, in base questi, di avere riforme idonee a rilanciare un Paese in ginocchio.


A proposito di pregiudizi e chiusure ostili. “Con loro mai!” è un’affermazione urlata che ha riecheggiato durante la campagna elettorale e riecheggia ancora oggi nelle “stanze della politica”, ma anche in TV ed alla Radio.
Un grido che, però, non solo rimane un misero slogan, ma diventa anche una pericolosa ostentazione di sicurezza.
Che ci crediate o no, l’aut aut fa paura: è irrazionale non riconoscere che tra il bianco e il nero ci sia il grigio, è un danno per l’elettore non avere una garanzia che le promesse ricevute possano mai essere discusse – e non dico mantenute – perché si è deciso a monte di non considerare la possibilità di negoziare un compromesso.


Per rimanere nell’attualità, si può citare, per brevità, Carlo Calenda: durante l’ultima tornata elettorale ha provato a garantire una coerenza di idee ai suoi elettori. Verissimo.
Ma siamo sicuri sia stata la scelta giusta negare, a priori, la possibilità di una trattativa con i vari Fdi, M5S e, dopo il tradimento – non s’è capito ancora di chi – con il PD?
Siamo sicuri che il suo “aut aut” non abbia spaventato una parte significativa dell’elettorato che, pur apprezzando il suo programma, ha temuto che la sua chiusura nei confronti del PD e degli altri partiti di sinistra potesse relegare il “Terzo Polo” ad una forza politica di marginale importanza?


In conclusione, penso che la negoziazione di soluzioni di compromesso – l’ho detto! – eque, durature e sostenibili non rappresenti, in nessuna maniera, l’espressione di debolezza o immoralità delle parti in conflitto impegnate nella risoluzione della controversia. I cultori del “purismo ideologico” possono mettersi l’anima in pace.
E’ immorale semmai la condotta di chi consapevolmente nega la realtà, perché incapace di riconoscere ed accettare i propri limiti, e, mosso da logiche utilitaristiche, deliberatamente si sottrae ai suoi obblighi morali a danno della collettività cui pure appartiene.

A cura di Gaetano Cinque

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