Gran parte degli odierni conflitti geopolitici e delle discussioni di cronaca riguardano, direttamente o indirettamente, il Gas.
In Italia dall’inizio della guerra è stato registrato un aumento considerevole del costo di quest’ultimo, pari al +123,71%, praticamente più del doppio del valore del 2021.
Si necessita dunque di un’analisi che, partendo dal dato fattuale sopra indicato, ne ricerchi le cause e le discuta, senza slogan o posizioni ideologiche che devierebbero l’effettiva risoluzione del problema.
Il gas viene trasferito dal luogo di produzione a quello di consumo mediante delle vere e proprie tubature, definite Gasdotti.
A mio avviso, infatti, più che di geopolitica del gas, si dovrebbe parlare di “Geopolitica dei Gasdotti”, poiché il fulcro dell’attuale crisi energetica si focalizza più sulle reti commerciali e sugli interessi che si sviluppano, rispetto alla materia prima di per sé.
Ciò dipende dal fatto che il gas è un prodotto commerciale e come tale si muove all’interno di un sistema di libero mercato a cui partecipano le grandi alleanze internazionali.
Per meglio comprendere occorre analizzare quelli che sono i principali gasdotti al mondo, come il North Stream, di cui tanto si parla in questo periodo poiché danneggiato lo scorso settembre da forze occulte, in uno scenario che verosimilmente riporta in auge la Guerra Fredda.
Il North Stream collega la Russia alla Germania, ed è il gasdotto che permette le maggiori provvigioni di gas all’Europa, così come il South Stream, che invece collega Russia e Bulgaria con diramazioni che raggiungono anche l’Italia.
Fermo restando e mantenendo lontane questioni di merito dalla nostra analisi, è necessario comprendere che il fronte della guerra si sviluppa e ha come fattore principale anche il gas.
Al blocco russo si aggiungono altre reti di gasdotti che vengono ovviamente finanziate dal blocco occidentale come il progetto Nabucco e l’EastMed, nonché il Baltic Pipe, che proprio durante il danneggiamento del North Stream, veniva inaugurato dai primi ministri di Norvegia e Danimarca insieme al presidente polacco.
È dunque evidente, che anche dal punto di vista socio-commerciale il gas divide il mondo in due blocchi dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi: da un lato il blocco russo e dall’altro il blocco occidentale.
Tuttavia, come affermato nel precedente articolo di questa rubrica, con la caduta del muro di Berlino è venuto meno il bipolarismo. A sostegno di questa tesi puntiamo il microscopio della nostra analisi sulla Turchia, che fin dall’inizio del conflitto ucraino si è fatta fautrice non effettiva di una pace, tentando di mediare forzatamente tra due contendenti che non ascoltavano ragioni.
Erdogan, leader neo-ottomano, ha instaurato due contatti con la Russia attraverso il Blue Stream e il Turkstream, d’altro canto è stato tra i primi sostenitori del progetto Nabucco e la Turchia è attualmente un membro della NATO, a differenza dell’Ucraina stessa.
Il paradosso è piuttosto evidente.
Altresì evidente è che gas è tornato al centro del dibattito energetico, come la conseguenza principale di una guerra che sta distruggendo l’Europa; nonostante essa non ne sia una diretta partecipe. In tal modo torna alla ribalta l’ipocrisia di una classe dirigenziale che per anni sotto lo stendardo di un finto e osannato ambientalismo ha fatto pensare al popolo che davvero ci si stava evolvendo dal punto di vista energetico.
Si parlava infatti di transizione, di sostenibilità e di abbandonare i combustibili fossili, eppure dall’inizio della guerra sembrano lotte ormai abbandonate.
Sono state abbandonate le proteste monetizzabili, che quando ci si scontra con la realtà risultano essere proteste fittizie, e rimarranno tali finché le grandi potenze avranno interessi commerciali.
A marzo probabilmente finirà il gas (se non prima in virtù di verosimili danneggiamenti al North Stream), eppure l’Europa nonostante sia alla canna del gas continua ad alzare i propri muri per procura, dimenticando che i muri a noi, per verità storica, non hanno mai portato a niente.
In conclusione, si può dire che la crisi energetica dipenda dalla guerra, ma la responsabilità è anche dei Grandi Palazzi che in precedenza non hanno mai diversificato la maggiore fonte di approvvigionamento.
Gli stessi Grandi Palazzi che hanno usato lo stendardo ambientalista in maniera impropria, non concretizzandolo mai, che stanno ora alzando muri rischiando di concausare un problema sociale di caratura secolare, percepito più intensamente dal popolo, ferito ancora dall’era Covid.
A cura di Roberto Bonavoglia
