Netflix ha da poco aperto le porte ad una visione della realtà spesso allontanata o addirittura respinta dall’immaginario collettivo. “Fedeltà” è il titolo della nuova serie televisiva che, a poco più di una settimana dalla sua uscita sulla piattaforma di streaming, è già seconda in classifica, tra le più viste a livello nazionale. È stata resa disponibile a partire dal 14 febbraio, quasi a voler riportare lo spettatore con i piedi per terra, proprio in quel giorno dell’anno in cui dolci a forma di cuore e rose rosse sembrano annebbiare la vista.
Lasciando a chi più competente qualsivoglia giudizio tecnico, interessanti sono i temi trattati: la vita di coppia, il matrimonio felice, la fiducia reciproca, l’approvazione sociale. Questioni, queste, che riguardano la vita di tutti i giorni e, direttamente o indirettamente, ciascuno di noi.
Fedeltà: cos’è? Perché spesso si tende a sorvolare sull’argomento?
Potrei discorrere della natura umana, della razza animale a cui l’uomo appartiene, che certamente non vede, tra i suoi istinti più innati, la monogamia. Anzi, numerosi sono gli studi in grado di dimostrare la naturale poligamia umana, dettata anche, ma non esclusivamente, dalla propensione a cercare continuamente nuovi stimoli, non solo sessuali.
Non desiderando rendere tale commento un saggio di ricerca, ci si vuole limitare ad esporre un personale punto di vista.
L’uomo e la donna sono animali, dotati di ragione, ma pur sempre animali e, come tali, assumono decisioni anche sulla base dell’istinto e delle “tentazioni”. Dunque, ancorati ad una pur convenzionale concezione dell’individuo come essere in dovere di tenere a bada i propri impulsi, spesso ci si trova a condannare un desiderio, facendogli assumere le vesti di peccato.
Monogami per cultura e non per scelta (o almeno non sempre), si è indotti a guardare al furore e all’irrazionale, perché fuor di ragione, con sguardo giudicante, membri di un tribunale dell’Inquisizione dinanzi al quale oggetto della “voluta” censura sono i propri stessi pensieri. Pensieri, questi, che si fanno tanto più invadenti quanto più si risulti incastrati all’interno di una costrizione.
Sembra chiaro e generalmente riconosciuto che il “proibito” faccia più gola del “possibile” e, spesso, si tende a desiderare più intensamente quanto non si è nella facoltà di ottenere.
Un desiderio che somiglia al mare e al parco sognati tra i banchi della scuola elementare, che poi, da vicino, regalano emozioni diverse da quelle immaginate.
Lungi da chi scrive voler incitare al tradimento e, anzi, sperando venga colto il vero intento di queste parole, che ne richiederebbero molte altre, si voglia solamente notare quanto la regola del mantenere fede risulti forse più efficace se non manifestamente stabilita.
Si vuole sempre ciò che non si può avere e, probabilmente, si riesce davvero ad apprezzare ciò che si possiede solo nel caso in cui, liberi di raggiungere qualsiasi altra cosa, ci si rende conto di non desiderarla.
Immaginando il rapporto tra esseri umani come una bolla di sapone (ed utilizzando una delle metafore più banali, ma più esemplificative), quanto più questa sarà visibile ad occhio nudo e difficile da abbandonare, tanto più si percepirà l’istinto di evaderne.
L’assenza di barriere, per contro, non lasciando spazio al desiderio dell’ignoto e alla tentazione di gustare il proibito, sembra essere forse più capace di rafforzare la consapevolezza che l’ingresso all’interno di quella stessa bolla sia stato frutto di una libera scelta.
Citando una battuta della serie presentata in apertura, “affascinante è l’idea delle cose che non abbiamo vissuto (…), mitizziamo il pensiero di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato”.
E, secondo chi scrive, l’amaro delle decisioni non prese è tanto più difficile da mandare giù quanto più le stesse siano state determinate da un dovere, piuttosto che da un volere.
Per dirla alla De André: “la fedeltà non è altro che un grande prurito con il divieto di grattarsi”.
Articolo a cura di Federica Ferraguti
