Nel 1979 i The Cure fanno uscire ‘’Boys don’t cry’’, pietra miliare nella storia della musica e cliché di genere della società.
Perché una terminologia così dura?
Ogni uomo, che prima è stato ragazzo e, retrocedendo ancora, un bambino, tra tutti gli insulti mai ricevuti metterà sempre al primo posto le solite frasi: ‘’Fai l’uomo, non si piange per queste cose’’, o ancora ‘’Ricomponiti!’’, per terminare con “Sembri una femminuccia’’.
La donna, essere sensibile, può permettersi di avere i suoi momenti, di piangere mentre guarda Bridget Jones o quando davanti allo specchio ciò che vede riflesso non le aggrada poi così tanto.
Se invece derivi dall’Homo Sapiens e il tuo ruolo nella vita è procacciare cibo e sostentare la tua famiglia, no: non sono ammesse lacrime.
Purtroppo, con frasi di questo tipo si è venuto a creare sempre di più negli anni il prototipo della mascolinità tossica.
Ed è proprio il frontman stesso della band ad affermarlo, mascherandolo sulle note di una base post-punk/new wave.
<<I tried to laugh about it
Cover it all up with lies
I tried to laugh about it
Hiding the tears in my eyes
‘Cause boys don’t cry
Boys don’t cry>>
La verità celata dietro l’ironia delle parole non fa altro che rendere nitido un concetto così semplice, ma sempre difficoltoso da vivere.
Correre, fare sport, buttarsi sullo studio, sulla carriera o semplicemente staccare la mente per un po’ è sintomo di umanità: perché piangere non dovrebbe esserlo?
Il pianto, sia nell’uomo che nella donna, rappresenta un bisogno anche fisico; l’organismo dovrà pure in qualche modo espellere l’insieme di accumuli e accumuli di fastidi o sofferenze, e lo fa con le lacrime, ricche di un’endorfina naturale, la ‘’leu-encefalina’’, nostra alleata nell’alleviamento del dolore.
Articolo a cura di @carolinaaricci
