” E così il destino cinico e baro ha voluto che il Movimento nato incitando i giudici a giustiziare i vecchi partiti scoprisse, un lunedì di febbraio, di essere stato decapitato da un tribunale civile”.

 E’ così che “La Repubblica” sdrammatizza con un passaggio, non poco pungente, la ‘spiacevole’ vicenda che si sta consumando all’interno del Movimento grillino. Con la pronuncia da parte del tribunale civile di Napoli, che ha accolto il ricorso di un numero cospicuo di attivisti del M5S, si aprono scenari che inevitabilmente preannunciano notevoli tensioni tra le file grilline. Con la “bocciatura” dello statuto le acque appaiono mosse come non mai. La matassa però si sposta metaforicamente ancora una volta sullo stesso piano, su quel quesito che i lettori amanti della politica si pongono da mesi. Preso perciò in considerazione tale dato, cioè che l’imbarcazione si trova decisamente nel pieno di una tempesta: chi è il capitano che porterà in salvo il Movimento di fronte ad una così grande intemperia?

 La dualità di leadership interna è sempre stata una particolarità che ha contraddistinto per lunghi tratti lo scenario politico pentastellato. Un Movimento nato e tirato su da Grillo e Casaleggio, portato avanti all’epoca dai giovanissimi Di Maio e Di Battista, la successiva “detronizzazione” del secondo e la consequenziale ascesa di Luigino a capo politico del movimento, ed infine l’avvento di un professore che ha saputo conquistare il cuore di una grande fetta del gruppo parlamentare e dell’elettorato grillino.          La dualità odierna fra il “buon professore” ed il “democristiano” Di Maio sta portando ad una spaccatura sempre più profonda all’interno di tutto l’universo dei seguaci del Movimento. I due ormai da mesi non si risparmiamo nemmeno pubblicamente, accusando l’altra parte sempre in modo indiretto, con quelle che in gergo tendenzialmente vengono definite “frecciatine”. Innumerevoli sono le disuguaglianze di pensiero fra un Di Maio sempre più con un occhio verso le forze moderate di un nuovo centro nascente, ed un Conte che ancora stenta a decollare nella alleanza con i DEM e che come avvenuto durante l’elezione del Presidente della Repubblica mantiene il “vizietto populista” di strizzare l’occhio alla LEGA.

In una così grande, perpetua ed incresciosa lotta interna appare lampante che l’ex premier incassi dalla vicenda statutaria due ganci ben assestati. In primo luogo, venuta meno la leadership legale e prettamente formale, non può risultare possibile negare che l’attuale status quo alimenterà ancora una volta lo scontro fra le correnti interne, principalmente nel momento dell’elezione del nuovo “direttivo”. Gli oppositori interni di Conte vedono in questo momento di fronte a loro una grande occasione: la possibilità di detronizzarlo e rispedirlo a tempo pieno nelle aule universitarie. Il secondo punto pone in cattiva luce la figura dell’ex Presidente del Consiglio nella sua veste di giurista e di docente universitario. Quello del Tribunale Partenopeo è un colpo non solo all’uomo politico ma anche alla sua sfera professionale. “ Da un professore universitario non ci si può aspettare di non essere in grado di redigere uno statuto inoppugnabile”, è questo il grido che lanciano i mass media e le varie testate giornalistiche. Per una inclinazione prettamente neutrale è bene talvolta non entrare pienamente nel merito della questione, ma d’altro canto è innegabile che il tutto discrediti di fronte all’intera opinione pubblica le abilità e le competenze del professore in ambito giuridico.

Ai due punti sopracitati, che sono frutto dell’ effetto prodotto dalla decisione relativa allo statuto, può essere aggiunto un altro snodo fondamentale. Lo scontro sul piano politico all’ interno del partito pentastellato è stato tangibile in modo netto e divisivo anche durante l’elezione del Capo dello Stato. Durante la famosa settimana che ha portato alla rielezione del Presidente Mattarella, gli “scontri numerici” e/o la cosiddetta “conta” ha portato alla luce uno scenario di stallo totale anche fra i grillini. Infatti, durante le varie votazioni che annunciavano palesemente una fumata nera, gli uomini di Di Maio hanno applicato quella pratica politica che prende il nome di “contarsi”. Detto questo, si evince ancora una volta la netta spaccatura raffigurante  il Movimento diviso in due gruppi che numericamente si equivalgono anche in termini parlamentari. Rimanendo però focalizzati sulla elezione del Capo dello Stato, non poche sono state le critiche rivolte dall’ ex vice-premier al proprio leader di partito. Piuttosto che essere protagonista, essendo il numero uno  del più grande gruppo parlamentare, Giuseppe Conte è finito risucchiato in una vera e propria spirale che lo ha rilegato da possibile main character ad una mera comparsa. E per concludere sulla settimana in cui le camere in seduta comune si sono espresse, nel M5S la figura che ne esce rafforzata è nettamente quella di  Luigi Di Maio che fin dall’ inizio ha spinto per la rielezione di Sergio Mattarella.

Un’altra quaestio che attualmente percorre la mente di molti appassionati di politica è il perché sia in atto questa “lotta” per la supremazia all’ interno del partito, se pur minimamente partito possa essere definito. La chiave di lettura che mi piace proporre viaggia di pari passo con la fine della legislatura, che come sappiamo dovrebbe avere luogo nel 2023. E’ inequivocabile che il ruolo di “capo politico del movimento” consentirà una grandissima porzione nel processo decisionale delle famose candidature a lista bloccata, come parimenti è inequivocabile un altro fattore: stando ai sondaggi appare certo che fra un anno, salvo clamorosi ribaltoni, il M5S dovrà ritenersi fortunato qualora al termine delle prossime elezioni  riuscisse a conseguire una percentuale di voti che raggiunga la metà del clamoroso risultato del Marzo 2018. Tutto ciò implica ,per via del processo di “autoghigliottina” portato avanti dai grillini con il taglio dei parlamentari,  che durante la prossima legislatura i seggi ottenuti a seguito delle elezioni potrebbero essere meno della metà di quelli conseguiti in precedenza. Concetto riassumibile in termini semplicissimi : POCHI UOMINI. Pochi uomini che Di Maio e Conte si contenderanno al fine di determinare realmente chi sia detentore della leadership grillina. Un Conte leader darebbe la possibilità al professore di ubicare nelle posizioni strategiche i propri uomini, creando un futuro gruppo parlamentare a forte trazione “Contiana”. Lo stesso potrebbe avvenire qualora Di Maio riuscisse a spodestare il buon Giuseppe diventando capo politico del Movimento.

Alla luce di queste considerazioni non ci sarebbe da stupirsi se una delle principali motivazioni dello scontro fosse quella sopracitata.

Molto probabilmente l’ex premier non osava immaginare che il suo più grande “avversario” sarebbe stato in realtà il caro Luigino.  Certamente si starà interrogando su quanto possa essere brutale la vita politica rispetto alla mite professione universitaria. Sicuramente nella mente del professore staranno riaffiorando i ricordi dei festeggiamenti a seguito del grandissimo risultato del 2018, staranno riaffiorando i sorrisi dell’ ”amico” che in realtà tanto amico pare non si sia rivelato.

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.”  (Luigi Pirandello).

A cura di Giuseppe Patea

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