Mentre la situazione militare tra Israele, Stati Uniti e Iran continua a evolversi rapidamente, resta ancora poco chiaro quale sia l’obiettivo finale dell’operazione militare lanciata contro Teheran. Israele ha definito l’attacco come “la distruzione del quartier generale del regime terroristico iraniano”, dopo un bombardamento che avrebbe coinvolto decine di ordigni sulla capitale. Tuttavia, dietro la formula utilizzata dal governo israeliano si intravede una dinamica più complessa, che riguarda non soltanto la dimensione militare del conflitto ma anche le sue implicazioni politiche e strategiche.

Uno degli elementi che colpisce maggiormente riguarda il modo in cui l’operazione è stata avviata. Secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, diversi Paesi europei sarebbero stati informati dell’intervento soltanto a operazione già iniziata. Germania e Polonia, come altri alleati occidentali, non sarebbero stati coinvolti nella fase decisionale iniziale. Questo suggerisce che l’iniziativa sia stata presa principalmente da Israele e dagli Stati Uniti, in una logica di decisione autonoma più che di coordinamento multilaterale.

Anche sul piano degli obiettivi strategici emergono alcune ambiguità. In una prima fase l’operazione è stata presentata come un tentativo di ridimensionare la capacità iraniana di lanciare missili e di limitare il potenziale militare di Teheran. Successivamente, però, le dichiarazioni politiche hanno indicato obiettivi più ampi. Donald Trump ha parlato esplicitamente della possibilità di un cambio di regime, lasciando intendere che l’intervento potrebbe mirare non soltanto a indebolire l’apparato militare iraniano ma anche a provocare una trasformazione dell’assetto politico del Paese.

La morte della Guida Suprema Ali Khamenei rappresenta inoltre un elemento che modifica profondamente il contesto interno iraniano. Il sistema politico della Repubblica islamica è fortemente strutturato intorno alla figura della Guida Suprema, e la successione in una fase di guerra rende il quadro ancora più complesso. Per Teheran, la priorità sembra essere quella di assorbire l’impatto iniziale dell’attacco e riorganizzare rapidamente la propria leadership.

Proprio la differenza nel modo di concepire il conflitto potrebbe rappresentare uno dei fattori decisivi dell’attuale crisi. Negli anni il sistema militare iraniano è stato organizzato in modo fortemente compartimentato, con diversi corpi armati — in particolare i Pasdaran — capaci di operare con un certo grado di autonomia nelle varie regioni del Paese. Una struttura di questo tipo rende più difficile ottenere risultati decisivi attraverso bombardamenti mirati.

La risposta iraniana sembra riflettere proprio questa impostazione. Teheran ha reagito rapidamente agli attacchi, colpendo non solo basi militari americane in Medio Oriente ma anche obiettivi civili e infrastrutture in Paesi che intrattengono rapporti relativamente cordiali con l’Iran, come Qatar e Oman. Una strategia che sembra avere anche un’altra finalità: ampliare la dimensione del conflitto e aumentare i costi economici e politici per gli avversari. Gli attacchi contro infrastrutture sensibili e le tensioni generate nei mercati regionali, come nel caso dell’area di Dubai, sembrano muoversi proprio in questa direzione.In questo quadro la guerra rischia di trasformarsi progressivamente in un conflitto di attrito.

Dopo una prima fase di attacchi ad alto impatto simbolico e militare, la logica potrebbe diventare quella del logoramento reciproco. Una prospettiva che appare coerente con la strategia iraniana, ma che potrebbe risultare molto più problematica per Washington e per i suoi alleati.

Anche per questo motivo diversi osservatori sottolineano come gli obiettivi dell’attuale intervento non risultino ancora del tutto definiti. Ridurre le capacità missilistiche iraniane, indebolire il regime o provocarne la caduta sono obiettivi molto diversi tra loro, che richiedono strumenti e tempi differenti. In assenza di una strategia chiaramente condivisa, il rischio è che l’operazione si trasformi da intervento limitato in una crisi più ampia e prolungata.

Per il momento non sembra prevista un’invasione terrestre del territorio iraniano. L’azione militare si concentra soprattutto su bombardamenti a distanza. Questo lascia aperti diversi scenari: una possibile destabilizzazione interna del regime, una sua riorganizzazione capace di resistere alla pressione esterna, oppure un progressivo allargamento del conflitto a livello regionale.

Quale di queste possibilità finirà per prevalere dipenderà da molti fattori, tra cui la capacità del sistema politico iraniano di riorganizzarsi dopo la morte della propria guida e la coerenza strategica delle decisioni prese da Stati Uniti e Israele. In una fase in cui la situazione continua a cambiare rapidamente, l’unico elemento che appare relativamente certo è che gli obiettivi politici della guerra restano ancora, almeno in parte, indefiniti. Ed è proprio questa incertezza strategica che rischia di rendere il conflitto più lungo e  imprevedibile di quanto inizialmente previsto.

A cura di Antonio Lungo

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