Un segnale chiaro di contrarietà alla proposta di revisione costituzionale proviene proprio dai più giovani che per compatta maggioranza si esprimono a favore del NO. Secondo un recente sondaggio Youtrend (fornito da SkyTg24), i giovani tra i 18 e i 34 anni dichiarano di voler votare “NO” per il 56/63% a seconda dell’affluenza più o meno alta. L’ultimo sondaggio Ixè si spinge a rilevare il 71% contrario.
Partendo dall’analisi della proposta di revisione costituzionale, questa interviene modificando diversi profili costituzionali. In particolare, divide le carriere dei magistrati giudicanti e dei magistrati requirenti, impedendo il cambio di funzione (possibilità ad oggi già fortemente limitata) e prevedendo due concorsi diversi per i due ruoli. Quanto agli interventi sostanziali, la riforma separa il Consiglio Superiore della Magistratura (attualmente unico per i giudici ed i pubblici ministeri) in due organi distinti introducendo il criterio del sorteggio per l’individuazione dei membri. Nello specifico, un sorteggio puro per la componente togata, mentre un tipo temperato per la componente laica, eseguito cioè sulla base di una lista di nomi compilata dal parlamento in seduta comune. Inoltre, la competenza disciplinare del CSM viene scardinata ed affidata ad un nuovo organo che prende il nome di Alta Corte Disciplinare composta da quindici giudici, tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da una lista compilata dal parlamento in seduta comune, nonché da sei magistrati giudicati e tre requirenti estratti a sorte. Nella composizione generale dell’ACD si può dunque osservare una maggioranza togata. Tuttavia, l’ultimo comma dell’art. 105.Cost (per come lo si vorrebbe modificare) nel demandare alla legge ordinaria la determinazione di molti aspetti sostanziali sul funzionamento dell’organo, le affida anche l’indicazione dei singoli collegi disciplinari, non garantendo la maggioranza togata all’interno degli stessi, ma limitandosi a garantirne la rappresentanza.
Le suddette modifiche comportano un sostanziale mutamento dell’ordinamento costituzionale, ridefinendo drasticamente l’assetto giudiziario.
La critica che vorrei qui condividere muove dalle storture e dai rischi che la riforma porta con sé. La scelta del costituente di prevedere un unico CSM cui attribuire la prerogativa costituzionale di tutela dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura fu compiuta con l’obiettivo di esaltare e rendere effettivo questo intoccabile principio. Un’altra ragione fondamentale che deriva dalla concezione unitaria dell’organo giudiziario è legata alla comune cultura della giurisdizione tra i giudici ed i pubblici ministeri, questione tutt’altro che irrilevante rispetto ai profili di garanzia che ne scaturiscono. Frammentare l’unitarietà della giurisdizione espone a incerte conseguenze per quanto riguarda entrambi i suddetti aspetti.
Il sorteggio puro dei membri togati introdotto dalla riforma che, occorre premettere, non esiste in nessun paese del mondo, agli occhi di molti, pone un problema di legittimazione non irrilevante che rischia di influire gravemente sulle dinamiche consiliari.
Anche l’Alta Corte disciplinare, per come concepita, suscita perplessità. Avverso le sentenze dell’ACD, peraltro, non viene più prevista la possibilità di ricorrere in cassazione, essendo consentito esclusivamente il ricorso innanzi alla stessa corte che giudicherebbe in secondo grado in una composizione diversa rispetto al primo.
Nel complesso sembrano emergere possibili margini di interferenza che, nel tempo, potrebbero ledere l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, principio cardine dello Stato di diritto.
Mi annovero tra i tanti giovani e studenti di giurisprudenza che, oltre a ravvisare nella riforma le gravi ragioni di merito fin qui solo parzialmente esposte, rimangono sconcertati dal metodo con cui sin dall’inizio si è scelto di sostenerne l’approvazione, anch’esso sostanziale. In politica il linguaggio non costituisce una mera ragione di forma. Al contrario, rende la sostanza del discorso politico e permette di scorgere le reali prospettive. Ha una capacità rivelatrice straordinaria. Proprio dal linguaggio si rimane colpiti e forse proprio da qui la ragione di tanta contrarietà. Si potrebbe credere che questa osservazione conduca ad una mera rilevazione politica. Tutt’altro. “Con il sì al referendum togliamo di mezzo i magistrati” – l’ultima emblematica dichiarazione del capo di gabinetto del Ministero della Giustizia da prendere a modello per cristallinità. Per il Min. Tajani occorrerebbe “ragionare se giusto o meno continuare a conservare la polizia giudiziaria sotto l’autorità del P.M”.
Il discorso politico, soprattutto quando così sfacciatamente grossolano, è senz’altro rivelatore del merito delle questioni se per questo si intende guardare ai veri obiettivi che complessivamente si intendono raggiungere. Questi ultimi ormai divenuti chiari per esplicite dichiarazioni di un’ampia compagine politica ed istituzionale che direttamente ha partecipato alla redazione del testo della proposta di revisione costituzionale. L’animus politico che ha prevalso è da tempo manifesto e ciò non fa che confermare il timore che tutti quei margini costituzionali che la riforma crea sarebbero maldestramente e pericolosamente sfruttati.
Quando si interviene sulla Costituzione, norma cardine del nostro ordinamento democratico, non si può prescindere dall’osservare il contesto, le ragioni ed i reali obiettivi che ne sono alla base. Una lettura per astrazione risulterebbe fallace e contraria allo spirito costituzionale che impone invece una riflessione di carattere sistematico e più complessiva.
Lunedì il verdetto finale.
A cura di Federico Chiariotti
