È una vicenda che ha scosso profondamente l’opinione pubblica italiana. Nell’estate del 2022, in un appartamento di Milano, venne ritrovata senza vita la piccola Diana Pifferi, appena diciotto mesi. A lasciare la bambina da sola in casa per sei giorni fu la madre, Alessia Pifferi, una donna di trentasette anni. Aveva detto di dover trascorrere qualche giorno fuori città con il suo compagno, lasciando alla figlia due bottigliette d’acqua e un biberon di latte. Quando tornò, la bambina era morta. L’autopsia accertò che il decesso era avvenuto per disidratazione e denutrizione: Diana era rimasta completamente sola, in un appartamento chiuso, senza alcuna possibilità di salvezza.
La scena che gli inquirenti trovarono fu agghiacciante e diede subito il via a un’indagine che avrebbe assunto una risonanza nazionale. Non c’erano segni di effrazione, né elementi che potessero suggerire un incidente. Tutto portava a un’unica conclusione: la morte era conseguenza diretta dell’abbandono. Pifferi venne quindi arrestata con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato.
Le indagini ricostruirono in modo puntuale i sei giorni di assenza. In quel periodo, la donna si trovava in provincia di Bergamo insieme al suo compagno, a quest’ultimo aveva detto che la bambina si trovava con la sorella. In realtà, nessuno sapeva che Diana fosse sola. Le testimonianze e i messaggi scambiati dalla madre dimostrarono che Alessia era consapevole della condizione della figlia: sapeva che la bambina non poteva sopravvivere per tanto tempo senza cure, ma non fece nulla per tornare indietro. Da qui l’ipotesi dell’omicidio doloso, cioè la consapevolezza e l’accettazione del rischio mortale.
Durante il processo di primo grado, la difesa tentò di dimostrare che si fosse trattato di abbandono di minore con esiti letali, sostenendo che la donna non avesse realmente previsto la morte della figlia, ma avesse agito per immaturità e fragilità psicologica. Tuttavia, la Corte d’Assise di Milano ritenne provato che Alessia Pifferi avesse compreso perfettamente le conseguenze delle sue azioni. Nel maggio 2024, la donna fu condannata all’ergastolo, con l’aggravante del vincolo di parentela, della particolare crudeltà e dei futili motivi. I giudici sottolinearono la totale assenza di pentimento e la lucidità nel prolungare l’assenza, pur sapendo che la figlia dipendeva interamente da lei.
Dopo la condanna, la difesa presentò appello, chiedendo una nuova valutazione della capacità mentale dell’imputata. In sede d’appello, la Corte d’Assise di Milano dispose una perizia psichiatrica. Gli esperti confermarono che Alessia Pifferi era capace di intendere e di volere al momento del fatto, ma evidenziarono la presenza di una significativa fragilità cognitiva e affettiva, un disturbo della personalità che limitava parzialmente la consapevolezza e la gestione emotiva delle proprie azioni.
Questa perizia ha rappresentato il punto di svolta nel giudizio di secondo grado. Il 5 novembre 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha ridotto la pena da ergastolo a 24 anni di reclusione.
I giudici hanno confermato la responsabilità piena dell’imputata per omicidio volontario, ma hanno escluso alcune aggravanti riconosciute in primo grado, in particolare quella dei futili motivi e la premeditazione. È rimasta soltanto l’aggravante del vincolo di parentela.
La Corte ha inoltre riconosciuto le attenuanti generiche, valutando la condizione psicologica della donna come un elemento di fragilità che, pur non annullando la capacità di intendere e di volere, ne ha influenzato il comportamento. In sostanza, Pifferi era in grado di comprendere ciò che stava facendo, ma la sua personalità immatura, la solitudine e la dipendenza affettiva da un partner avevano inciso sulle sue scelte. Per effetto di questo bilanciamento tra aggravanti e attenuanti, la pena è stata fissata in 24 anni, il massimo previsto per l’omicidio volontario semplice.
La sentenza d’appello, dunque, non assolve Alessia Pifferi, né attenua la gravità morale della sua condotta, ma ne riconosce la complessità psicologica. Un passaggio chiave del dispositivo evidenzia che “la condotta, pur gravemente colpevole, fu il frutto di un contesto di fragilità affettiva e cognitiva, e non di lucida premeditazione”.
Questo caso, oltre all’aspetto giudiziario, apre una riflessione sul ruolo dei media nei processi penali. Fin dall’arresto, la vicenda è stata raccontata in modo continuo da telegiornali, talk show e social network, trasformandosi in un processo mediatico parallelo a quello giudiziario. La figura di Alessia Pifferi è stata spesso rappresentata come “il mostro di Milano”, con un linguaggio che ha anticipato il giudizio prima ancora della sentenza.
È lecito allora chiedersi: quanto l’esposizione mediatica influisce sulla percezione della giustizia?
Molti giuristi sostengono che, in casi come questo, le udienze dovrebbero svolgersi in un contesto più protetto, lontano dalle telecamere e dal clamore dell’opinione pubblica, per tutelare il diritto a un processo equo. Altri, invece, ritengono che la trasparenza sia un principio fondamentale e che la presenza dei media serva a garantire un controllo democratico sull’amministrazione della giustizia.
Il caso di Alessia Pifferi non è solo la storia di un delitto, ma anche quella di un sistema che si interroga su se stesso. Le aule di tribunale hanno stabilito la verità giudiziaria, ma fuori resta la domanda più difficile: come può una società riconoscere in tempo i segnali del disagio, della solitudine e della fragilità prima che diventino tragedia?
Articolo a cura di Martina Lattanzio
