C’è una parola che mi accompagna da tempo, e che sento profondamente mia.
Una parola all’apparenza semplice, ma capace di sorreggere concetti immensi, relazioni
complesse, scelte quotidiane.
Quella parola è: rispetto.
L’ho scelta come tema all’esame di maturità, quando è stata proposta tra le tracce dal Ministero.
Ma, in realtà, l’avevo già scelta molto prima:
nel modo in cui ho sempre guardato le persone, nel modo in cui ho cercato, e cerco, di ascoltarle,
anche quando le loro idee si discostano profondamente dalle mie.
L’avevo scelta inconsapevolmente ogni volta che mi sono sentita colpita, ferita o esclusa; perché,
in fondo, il rispetto si avverte con maggior forza proprio quando viene meno.
Da allora, è diventato un filo che tesse il mio percorso.
E oggi, nel contesto universitario che vivo quotidianamente, mi accorgo di quanto esso sia
centrale, urgente, imprescindibile.
Non un valore da evocare nei discorsi solenni, ma una scelta quotidiana.
Forse, la più rivoluzionaria delle scelte.
Se dovessi dare una forma al rispetto, lo immaginerei come una bussola.
Una bussola che non definisce chi siamo, ma ci indica dove guardare: verso l’altro.
Verso le sue parole, le sue idee, le sue ferite anche quelle che non vediamo.
Il rispetto è ciò che ci permette di non restare confinati nella nostra individualità, di uscire dalla
logica del giudizio per entrare in quella del dialogo.
Ma il rispetto è anche uno specchio.
Perché prima di riconoscere l’altro, è necessario imparare a riconoscere sé stessi: i propri limiti, le
proprie insicurezze, le proprie fragilità senza trasformarle in armi contro gli altri.
Rispettarsi è il primo passo per poter rispettare.
E, forse, è anche il più difficile.
Infine, il rispetto è un ponte.
È lo spazio tra me e te in cui possiamo incontrarci senza farci del male.
Uno spazio in cui non è necessario essere d’accordo per riconoscere all’altro il diritto di esistere,
di parlare, di essere diverso.
È da lì che tutto ha inizio: la convivenza, la cultura, la crescita.
Spesso consideriamo il rispetto come un concetto astratto, quasi sentimentale.
In realtà è la base di ogni convivenza civile.
Il diritto, da solo, non basta.
Senza rispetto, il diritto rischia di ridursi a burocrazia, o peggio, a imposizione.
Ma, allo stesso tempo, senza un sistema che lo tuteli, il rispetto può restare una semplice
aspirazione: fragile, inascoltata.
È solo quando questi due elementi rispetto e diritto si intrecciano, che può nascere una società
autenticamente giusta.
Non solo corretta, ma anche profondamente umana.
Oggi più che mai, in un mondo attraversato da differenze culturali, sociali, linguistiche, il rispetto
non è un valore “gentile”: è una condizione essenziale.
Non parliamo di tolleranza, che spesso suona come un sopportare l’altro da lontano. Parliamo di
qualcosa di più profondo: della capacità di riconoscere l’altro come legittimo, anche quando ci
appare estraneo.
Accogliere non significa approvare, ma significa ascoltare senza voler cancellare.
Il rispetto è ciò che ci permette di non temere le differenze, ma di farcene arricchire. È ciò che può
trasformare un conflitto in confronto, una distanza in possibilità, un disaccordo in scambio.Forse è proprio da qui, da noi studenti e studentesse, cittadini e cittadine in formazione che
dovrebbe partire un segnale chiaro.
Ogni giorno, nei corridoi dell’università, nei dibattiti, nei progetti di gruppo, nei momenti di fatica e
disaccordo, abbiamo l’occasione di scegliere il rispetto.
Non come gesto eccezionale, ma come abitudine quotidiana di relazione.
È nella parola che scegliamo per rispondere a un commento, nel tono che usiamo durante una
discussione accesa, nel tempo che dedichiamo ad ascoltare veramente.
Il rispetto non è mai automatico: va costruito, difeso, alimentato.
E se cominciassimo da qui, se fossimo noi i primi a praticarlo con coerenza e coraggio, potremmo
davvero contribuire a edificare una cultura diversa.
Una cultura in cui le differenze non dividono, ma arricchiscono.
In cui il dissenso non è una minaccia, ma uno stimolo.
In cui la gentilezza non è debolezza, ma una forza rivoluzionaria.
Perché il rispetto non è un’opzione.
È l’inizio di tutto !
Giorgia Lucia Teutonico
