Ci sono domande che non fanno rumore, che si intrufolano piano piano dentro di te, in punta di piedi, ma alla fine arrivano lo stesso.
Arrivano quando siamo a pezzi, nel cuore della notte, quando anche l’ultimo appiglio si spezza, quando restiamo da soli con i cocci di un cuore che non sappiamo più ricomporre. Ma “A chi apparteniamo quando crolliamo?”
Non quando tutto va bene, non quando l’amore è luce, promesse sussurrate, non quando si sfugge da occhi indiscreti e dove ci sono gli occhi degli innamorati si cercano come fosse sempre la prima volta.
Ma quando quella corda che vi unisce si corrode piano piano e ci si spezza in silenzio, senza che nessuno se ne accorga.
Quando anche l’unico volto in cui avevamo creduto si volta altrove.
Quando chi ci aveva promesso protezione è lo stesso che ci ha fatto tremare per il dolore.
È lì che comincia il vero amore, o la fine di esso.
Nelle crepe. Nei silenzi. Nell’eco delle parole mai dette.
E ci si ritrova soli.
A pezzi, Distrutti, Disintegrati. Con il cuore chiuso come una porta sbattuta in faccia.
E forse è proprio lì, nel fondo del fondo, che si fanno i conti con quello che sei — o meglio, con quello che non sei più.
Ti ritrovi a raccogliere ciò che resta.
Ti ricuci.
Piano. Con le mani che ti tremano.
Togli a uno a uno i coltelli che avevi conficcati nel petto, sul cuore, e mentre suturi, prometti a te stesso che non lo rifarai mai più.
Che quel cuore, per tutto il dolore che ha sopportato, non lo vedrà mai più nessuno. Nemmeno tu.
Ma la verità è che non puoi congelarti all’infinito.
Non puoi fare questo gioco per sempre. Non puoi vivere negando la parte di te che ancora crede,
Che spera. Che ama. Che perdona.
Che prova ogni volta a vedere se le cuciture che hai sul cuore siano ben salde, che non si vedano a chi si trova sul luscio del tuo cuore.
Quando da piccola cadevo dalla bicicletta, mi dicevano sempre:
“Nella vita cadrai. Sempre. Sbaglierai curva. Ma alla fine ti rialzerai. Sempre.”
E mi insegnavano che ogni cicatrice va conservata, non nascosta.
Che le cadute lasciano un segno, sì, ma non sono solo ferite:
Sono memoria. Sono prove. Sono forza.
Perché nel rialzarsi, anche solo di pochi centimetri, porti via qualcosa in più.
Un frammento di verità, una pelle nuova.
E quei primi passi che fai, una volta in piedi, saranno impressi non solo sulla terra che calpesti, ma dentro di te.
Eppure, nonostante tutto, continuiamo.
A dare. A sentire. A sperare.
Forse perché, in fondo, dentro ognuno di noi vive ancora il ricordo di un amore che non fugge.
L’amore dei nostri nonni.
Quello che non spezza, che resta.
Che non ti chiede di cambiare per essere amato.
Che guarda le tue ferite e dice: “Va bene così. Ti aspetto io.”
E allora aspettiamo anche noi.
Non come chi si arrende, ma come chi ha deciso di custodire ogni cicatrice come un pezzo della propria verità.
Con le mani segnate, ma il cuore che piano ricomincia a battere.
Perché prima o poi arriva qualcuno che non scappa al primo temporale o al centesimo. Qualcuno che resta.
E non serviranno promesse né giuramenti.
Ma semplicemente di qualcuno di cui ci possiamo fidare
Anche nel buio più profondo.
- Anonimo
