L’idea nasce in un’America che sta prendendo coscienza della tragedia umanitaria in Africa.

L’Etiopia, devastata dalla carestia, conta milioni di morti, e il mondo occidentale non può restare indifferente. Bob Geldof e i musicisti britannici hanno già dato voce a questa emergenza con Do They Know It’s Christmas?, ma negli Stati Uniti il silenzio è assordante. Serve una risposta altrettanto potente. È Harry Belafonte, icona della musica e dell’attivismo, a lanciare il primo sasso. Con il supporto del manager Ken Kragen, nasce un’idea ambiziosa: riunire le più grandi star della musica americana per incidere una canzone il cui ricavato sarà interamente destinato agli aiuti umanitari. Ma un progetto di tale portata ha bisogno di una colonna sonora indimenticabile. Il compito di comporla viene affidato a due giganti della musica contemporanea: Lionel Richie e Michael Jackson.

La genesi della canzone ha luogo nel salotto di Lionel Richie. Quincy Jones, il leggendario produttore che ha portato Thriller a vendere oltre 50 milioni di copie, si unisce immediatamente al progetto. La domanda centrale è chiara: che tipo di brano creare? Serve un pezzo universale, capace di unire voci diverse in un’unica armonia, un inno che possa essere cantato da chiunque, in ogni angolo del mondo. Michael Jackson e Lionel Richie si isolano per giorni, lavorando instancabilmente. Il processo creativo è intenso: Jackson, genio della melodia, sperimenta diverse linee vocali mentre Richie affina i dettagli armonici e lirici. I due si completano alla perfezione. La loro missione è chiara: comporre un brano che racchiuda il senso di unità, speranza e impegno collettivo.

La scrittura della canzone avviene in un contesto surreale. Michael Jackson invita Lionel Richie a casa sua per lavorare, e quest’ultimo si ritrova a comporre circondato da animali esotici: il serpente Muscles striscia sul pianoforte, un lama osserva silenzioso. Ma nulla distoglie i due artisti dalla loro missione. Jackson è un vulcano di idee: inizia a cantare la melodia del ritornello quasi d’istinto, e in pochi minuti il cuore del brano è delineato. Richie lo aiuta a strutturare il pezzo, e insiemedanno vita a una composizione che suona già eterna. Richie e Jackson incidono con dedizione la demo della canzone. Quattro giorni prima della registrazione ufficiale, la demo viene inviata a tutti gli artisti che avevano confermato la loro partecipazione. A due giorni dalla registrazione, inizia un delicato processo: la definizione dell’ordine in cui i solisti avrebbero eseguito le loro parti. Un compito complesso, che richiede grande sensibilità e attenzione ai dettagli. A occuparsene è Tom Bahler, esperto arrangiatore e compositore di fiducia di Michael Jackson e Quincy Jones. Con meticolosità, Bahler studia il timbro e lo stile di ogni artista, cercando di creare un equilibrio armonico tra le diverse voci. Quincy Jones, ascoltandola per la prima volta, capisce immediatamente di trovarsi di fronte a qualcosa di straordinario. Il passo successivo è coinvolgere le più grandi star della musica americana e trasformare quella demo in un evento epocale. Nel frattempo, Bob Dickinson, rinomato tecnico delle luci, si mette all’opera per allestire l’illuminazione dello studio. La registrazione, infatti, non sarebbe stata solo un evento musicale, ma anche un momento destinato a essere immortalato nelle riprese del video ufficiale.

Tutto era pronto: il progetto stava per prendere vita. L’occasione per radunare le voci più celebri della scena musicale si presenta il 28 gennaio 1985, la sera degli American Music Awards. Quincy Jones e Lionel Richie sanno che, quella notte, tutti i più grandi artisti saranno a Los Angeles. Jones manda un messaggio chiaro a ogni artista invitato: “Check your ego at the door”. In quello studio non ci saranno primedonne, solo artisti uniti per una causa più grande. Dopo la cerimonia degli AMA, un autobus attende i cantanti per condurli direttamente agli A&M Studios. La sessione di registrazione inizia a mezzanotte.

Man mano che gli artisti giungono allo studio, l’atmosfera si carica di elettricità. Bruce Springsteen, ancora in completo da cerimonia, stringe mani e sorride con la sua tipica schiettezza. Tina Turner e Billy Joel conversano animatamente. Stevie Wonder arriva con un’energia travolgente, Ray Charles si fa largo con la sua imponente presenza. Bob Dylan entra in silenzio, quasi spaesato (Icona indiscussa del folk e del rock, non possedeva per l’estensione vocale di un Stevie Wonder. Incerto su come affrontare la sua parte, si muoveva con esitazione tra le luci abbaglianti e le oltre sessanta persone presenti nello studio.). Willie Nelson, Kenny Rogers e Al Jarreau si uniscono alla folla crescente di talenti. Diana Ross abbraccia Quincy Jones, mentre Cyndi Lauper, con i suoi iconici capelli arancioni, si aggira curiosa nello studio. L’assenza più discussa è quella di Prince: invitato, decide di non presentarsi, forse a disagio all’idea di condividere la scena con così tante altre star.

In una stanza piena di superstar, il rischio di tensioni è altissimo. Ma Quincy Jones sa come gestire il momento. Con autorevolezza, guida ogni artista nel proprio ruolo. Bruce Springsteen, con la sua voce ruvida e intensa, canta il suo verso con una passione che fa vibrare le pareti dello studio. Stevie Wonder e Paul Simon armonizzano con una naturalezza disarmante. Cyndi Lauper inizialmente fatica a trovare il giusto approccio vocale: la sua voce, squillante e unica, rischia di risultare troppo invasiva. Ma con il supporto di Quincy, riesce a dosare il suo timbro e a consegnare un’interpretazione memorabile. Il tempo scorre inesorabile, e cresce la preoccupazione di Quincy Jones e Lionel Richie. Quest’ultimo si muove con abilità tra i vari gruppi di artisti, stemperando le tensioni e cercando di mettere tutti a proprio agio. Ma l’atmosfera si scalda quando Stevie Wonder propone di inserire nel brano una frase in swahili, lingua parlata in molti paesi africani. Voleva rendere omaggio ai popoli che la canzone intendeva aiutare, un gesto di rispetto e solidarietà. Tuttavia, non tutti condividono l’idea: alcuni ritengono che avrebbe complicato inutilmente il brano e limitato la sua diffusione. La discussione si accende, rischiando di compromettere l’armonia del gruppo. È Quincy Jones a intervenire per riportare l’equilibrio.

Il momento più difficile arriva quando Bob Dylan si trova davanti al microfono. Il folkman per eccellenza è fuori dalla sua comfort zone: la melodia gospel del brano non gli appartiene, esi percepisce il suo disagio. Quincy Jones e Lionel Richie provano a incoraggiarlo, ma è Stevie Wonder a trovare la soluzione perfetta. Si avvicina a Dylan e inizia a imitarlo, cercando di mostrargli come potrebbe adattare il suo stile alla canzone. Dylan osserva, ascolta, sorride appena. Poi prova a cantare. Non è perfetto, ma è Bob Dylan: ogni parola che pronuncia diventa immediatamente iconica. La registrazione si protrae per ore. Le voci vengono incise una dopo l’altra, i cori si amalgamano con una potenza quasi mistica. Alle tre del mattino la registrazione è ancora in corso. Il ritornello, la parte più corale e coinvolgente, richiede precisione e coordinazione, nonostante sia il momento più leggero e gioioso. Poi è il turno delle strofe, affidate ai solisti. Alle 4:40 del mattino inizia la registrazione delle strofe. Gli artisti si alternano ai microfoni disseminati per la stanza, tra problemi tecnici e ultimi aggiustamenti. Ognuno da il massimo, mettendo anima e voce in ogni nota. Quando Quincy Jones finalmente dà lo stop definitivo, il sole sta già sorgendo su Los Angeles, erano ormai le sette del mattino. Nessuno di loro era più lo stesso. Avevano creato We Are the World. Gli artisti si guardano, esausti ma euforici. Sanno di aver preso parte a qualcosa di irripetibile. We Are the World viene pubblicata il 7 marzo 1985, 40 anni fa, e il mondo si ferma per ascoltarla. Il brano vende oltre 20 milioni di copie, raccogliendo 63 milioni di dollari per l’Africa. Ma più di tutto, cambia il modo in cui la musica pu essere usata come forza collettiva per il bene.

Quella notte negli A&M Studios non è stata solo una sessione di registrazione. È stata un momento di storia, un istante in cui l’arte ha messo da parte il proprio ego per servire un’umanità in difficoltà. È stata la dimostrazione che, anche nel mondo sfavillante del pop, esiste qualcosa di più grande della fama: la capacità di fare la differenza.

Martina Massaro

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