Oltre 250 donne uccise negli ultimi due anni. La pena più severa può davvero prevenire la violenza di genere? La risposta sta nella prevenzione, non solo nella punizione.
I nomi di Filippo Turetta e Alessandro Impagnatiello segnano le cronache recenti con episodi di una brutalità che lascia senza parole, li condanniamo, empatizziamo con le famiglie delle vittime, eppure non riusciamo a lasciarli andare… ci lasciano incollati agli schermi .
Lo scorso 25 novembre, Impagnatiello è stato condannato all’ergastolo , ieri martedì 3 Dicembre la stessa sorte è capitata a Turetta. Si pensa si sia fatta giustizia, ma in queste storie non ci sono nè vincitori, nè vinti. Nessuna pena è in grado di riportare le due ragazze in vita, ma apparentemente ne siamo appagati.
L’interrogativo sorge spontaneo : basta davvero il carcere a vita per contrastare la violenza di genere?
I numeri parlano chiaro e raccontano una tragedia che si consuma ogni giorno. Nel 2023, fino a novembre, sono state uccise 97 donne, di cui 77 in ambito familiare o affettivo. Nel 2022, le vittime erano state 120, con una media di una donna assassinata ogni tre giorni. Dal 2000 a oggi, oltre 3.200 donne hanno perso la vita per mano di uomini che dicevano di amarle o proteggerle.
La pena e la sua efficacia
La giustizia italiana ha cercato di rispondere con pene esemplari: l’ergastolo per Turetta, che ha pianificato e ucciso la sua ex fidanzata Giulia cicchettin, e per Impagnatiello, che ha pugnalato e bruciato il corpo di Giulia Tramontano dopo una relazione segnata da menzogne e violenza psicologica. Tuttavia, non tutti i femminicidi ricevono la stessa attenzione o lo stesso rigore.
la severità della pena può davvero prevenire il femminicidio, o interviene sempre troppo tardi? I due sono stati condannati all’ergastolo perché i casi sono stati mediatici?
La prevenzione, unica vera arma
La giustizia da sola non basta, perché arriva sempre dopo. Le denunce per stalking o violenza domestica, che spesso precedono un femminicidio, raramente trovano un seguito efficace. Secondo i dati del Viminale, nel 2022 ci sono state 23.000 denunce per stalking e quasi 14.000 per maltrattamenti in famiglia, ma molte vittime sono rimaste senza protezione.
La prevenzione deve partire da un cambiamento culturale. È necessrio
• Educare i giovani: Introdurre programmi obbligatori nelle scuole per sensibilizzare su rispetto, uguaglianza e gestione dei conflitti.
• Rafforzare i centri antiviolenza: In Italia ce ne sono solo 350, molti con fondi insufficienti. Servono risorse per garantire protezione immediata alle donne in pericolo.
• Formare forze dell’ordine e magistratura: Troppo spesso le denunce vengono sottovalutate o archiviate. La giustizia deve agire tempestivamente•
Introdurre strumenti tecnologici di protezione: Braccialetti elettronici per i soggetti violenti, sistemi di allarme per le vittime.
Un sistema che fallisce
Molte delle donne uccise avevano già chiesto aiuto. Giulia Tramontano aveva confidato ai familiari la sua paura, ma non c’è stato il tempo di agire. La stessa storia si ripete in decine di casi ogni anno. La prevenzione non è solo una questione di giustizia penale, ma di ascolto, intervento rapido e sostegno.
Conclusione
Solo un cambiamento profondo – culturale, educativo e istituzionale – potrà fermare questa strage silenziosa che, ogni anno, priva centinaia di donne del loro diritto più fondamentale: vivere.
Martina Lattanzio
