Nella Napoli a cavallo fra il Seicento e il Settecento, quando già si iniziavano ad accendere i primi Lumi e dove andavano immaginandosi le “magnifiche sorti e progressive” di quel “secol superbo e sciocco” di leopardiana memoria, si aggirava solitario un singolare personaggio.

Quel signore bassino, ricurvo e con lo sguardo sempre corrucciato che all’epoca si poteva vedere camminare spesso fra i corridoi dell’Università partenopea è Giambattista Vico, ufficialmente modesto e poco conosciuto professore di retorica, devotissimo a Dio, molto erudito ma anche un po’ pedante, almeno secondo le testimonianze di chi lo conosceva.

Cos’ha dunque di tanto speciale questo signore, che visse settantacinque anni passando quasi inosservato ai suoi contemporanei? Potrei rispondere che, nel corso dei secoli, si è parlato di lui rispettivamente come il fondatore della filosofia della storia, ispiratore dell’epistemologia costruttivista, padre delle scienze sociali e della semiotica, per non parlare di Benedetto Croce, il quale arrivò ad affermare che “Si potrebbe […] presentare la storia ulteriore del pensiero come un ricorso alle idee di Vico”.

La vera importanza di Vico, però, è un’altra: egli è stato probabilmente il più grande e più completo pensatore italiano, sicuramente è stato quello che più di tutti ha saputo rendere giustizia allo spirito e alla cultura del nostro popolo.

Ma andiamo con ordine e iniziamo ad avventuraci nella favolosa mente di questo grande italiano. È necessaria anzitutto una premessa, senza la quale è molto difficile capire la dirompenza e la novità della teorizzazione vichiana.

Come accennavo all’inizio, l’ambiente intellettuale napoletano del tempo in cui Vico si trova ad operare è l’humus da cui nascerà, qualche decennio dopo, l’Illuminismo: domina infatti incontrastato, in quasi ogni ambito del sapere, il metodo cartesiano con la sua astratta ragione, in ossequio al celeberrimo principio del cogito ergo sum, ripetuto e creduto come un’Ave Maria.

È proprio dal “sacro” cogito che Vico parte per sviluppare una gnoseologia alternativa. Il filosofo napoletano si ispira infatti a un’altra massima latina, verum ipsum factum, che significa che ciò che è vero è ciò che è stato fatto, vero e fatto sono sinonimi. Perciò, noi esseri umani possiamo conoscere veramente solo ciò che è frutto della nostra azione, non anche ciò che da noi è indipendente ad esempio, possiamo a buon diritto conoscere le formule matematiche, che sono una nostra creazione, ma non possiamo conoscere altrettanto bene noi stessi, dato che l’essere umano non si è auto-generato ma è stato creato da qualcuno o da qualcosa.

Vico divide dunque fra “scienza”, ciò di cui possiamo avere conoscenza certa e completa, e “coscienza”, ciò di cui invece possiamo avere solo una conoscenza approssimativa e superficiale. Alla luce di ciò, Vico corregge Cartesio, che egli chiama “Renato delle Carte”: non “penso dunque sono” ma “penso dunque esisto”, quindi ho coscienza della mia esistenza ma, dato che non sono auto-generato, non posso cogliere la mia essenza.

Avendo dunque definito una nuova gnoseologia, Vico individua un altro difetto della astratta ragione cartesiana: essa, proprio per la sua astrattezza, è in primo luogo antistorica, perché astrae gli uomini dal concreto contesto in cui vivono, e in secondo luogo è un inno al solipsismo e all’individualismo. Essa infatti considera tutto ciò che non si fa comprendere dal suo metodo come falso e privo di valore, svalutando così tutto il patrimonio di tradizioni, miti, credenze e valori che tiene unito un popolo e ne costituisce l’identità, solo perché esso non si fa ingabbiare negli aridi schemi della ragione.

Per ridare dignità a questi aspetti così essenziali alla vita stessa della comunità, il filosofo partenopeo introduce il concetto di “verosimile”: partendo dall’assunto che la verità completa sull’essenza degli uomini la custodisce solo chi li ha creati (e quindi Dio), Vico afferma tuttavia che vi è un insieme di convenzioni sociali, valori, norme di comportamento e via dicendo che sono dovunque osservate nel mondo, magari in forme talvolta anche molto diverse, che non corrispondono alla verità assoluta ma ci si avvicinano, rendendo possibile l’armonia e la prosperità fra gli uomini.

Tenendo sempre a mente il principio del verum ipsum factum, Vico si addentra poi nell’analisi di quella che, in quanto compiuta dagli esseri umani, può essere definita una vera e propria scienza: la storia.

Per parlare della concezione di storia vichiana, serve introdurre un paio di nozioni di geometria: nulla da preoccuparsi, sono concetti veramente elementari che servono solo a rendere più chiara la sua intuizione. Semplificando, possiamo infatti dire che gli antichi, soprattutto i Greci, immaginavano la storia come un cerchio, nel quale dunque tutti gli avvenimenti erano destinati a ripetersi in modo uguale (il concetto sarà poi ripreso dalla celebre teoria dell’eterno ritorno dell’identico di Nietzsche), mentre i moderni, e dunque anche molti contemporanei di Vico, la consideravano come una perfetta linea retta, destinata sempre a progredire in qualcosa di nuovo, dando per scontata tra l’altro la positività di questo progresso.

Nel sistema vichiano queste due idee sono superate da una specie di sintesi: la storia che ha in mente il filosofo prende infatti la forma di una spirale con curve simili ma non identiche, che si ripetono periodicamente; destinata comunque al progresso, ma con costanti involuzioni.

In questi corsi e ricorsi storici (tale espressione, divenuta proverbiale, è usata per la prima volta proprio da Vico) si alternano tre età, che rappresentano poi anche le tre fasi della vita dell’uomo. All’infanzia nell’uomo corrisponde infatti l’età degli dèi, all’adolescenza corrisponde l’età degli eroi e alla maturità corrisponde l’età degli uomini. Nell’età degli dèi, come nell’infanzia, gli uomini non hanno ancora sviluppato la ragione e si esprimono quindi tramite le loro emozioni e i loro sentimenti più irrazionali. Non a caso, per Vico, in queste età vi sono sempre stati “sublimi poeti”, basti pensare ad Omero, che essendo poeti erano anche creatori (in greco poièin vuol dire infatti creare) di miti, credenze e tradizioni che riflettevano lo spirito di un popolo.

L’età degli eroi è invece caratterizzata, come l’adolescenza, dall’entusiasmo esuberante e da valori alti e nobili, passioni però che diventano anche motivo di violenti e accesi scontri. Nell’età degli uomini infine l’uomo, come l’adulto, si serve della ragione e riconosce tutti i suoi simili come uguali, ponendo le basi per una società più egalitaria.

Vi sono però, ormai lo sappiamo, dei limiti alla ragione, le cui lacune dobbiamo sopperire affidandoci al verosimile e al bagaglio di tradizioni sviluppate anche grazie ai poeti e agli umanisti, che si servono della fantasia prima che della razionalità.

Oltre all’importantissimo bagaglio culturale di ogni popolo, che ne segna la storia e deve essere perciò tutelato e mantenuto, sono presenti principi generali validi per tutti, che Vico ha l’occasione di illustrarci raccontandoci un mito, paradigmatico, che spiega la nascita della civiltà.

I primi uomini, infatti, vivevano in origine in solitudine e anarchia ma quando, per la prima volta, videro terrorizzati il primo lampo di un fulmine lo interpretarono, grazie alla loro fervida immaginazione, come un’entità ultraterrena a cui bisognava rendere omaggio per non indisporla, e si diedero in funzione di ciò le prime regole. Una prospettiva dunque opposta a quella dei contrattualisti, che vedevano la formazione della civiltà come frutto di un contratto sociale razionalmente sottoscritto per intenti utilitaristici: gli uomini si unirono infatti per il più irrazionale, e per questo il più nobile, dei sentimenti, la riverenza nei confronti dell’ultraterreno.

Le prime regole che si diedero, osservabili in tutti i popoli fin dagli albori, sono tre: la devozione verso la (o le) divinità, la creazione del legame familiare (quel seminarium rei publicae tanto caro a Cicerone) tramite l’unione matrimoniale e la sepoltura dei morti. Esse sono dunque i tre pilastri a cui si vanno sommando tutte le tradizioni particolari, senza di essi l’edificio della civiltà crollerebbe in pochi istanti.

A fare da coronamento a questa grandiosa costruzione, a questa “storia ideale di tutti i popoli” non poteva non esserci, per un devoto come Vico, la Divina Provvidenza: essa tutto vede e tutto regola, andando al di là dei singoli egoistici fini degli uomini e anzi servendosene, spesso a loro insaputa, per la realizzazione di un unico, grande quadro: ciò che verrà chiamata da Wilhelm Wundt, a Ottocento inoltrato, “eterogenesi dei fini” è già dunque ben presente in Vico, che di questa e di molte altre cose fu precursore.

La vastissima e onnicomprensiva riflessione di questo grande filosofo, che ho provato qui a sintetizzare in maniera certo insufficiente, ci insegna una lezione importante: in un tempo in cui siamo indotti a vivere in un eterno presente, egli ci insegna a sentirci eredi di un passato e responsabili di un futuro, in un tempo in cui la perdita di certezze e valori ci rende facili prede delle logiche capitaliste di consumo e spersonalizzazione, egli ci invita a tenerci saldi all’ancora della cultura e della tradizione, in un mondo in cui, infine nulla sembra più avere un senso, egli ci aiuta a sentirci parte di un disegno più grande.

                                                                                                   Francesco Parascandolo

Tutte le informazioni sul pensiero di Vico le ho ricavate dalla ricchissima voce della Treccanti a lui dedicata, da citazioni alle sue opere e, soprattutto, dall’ottimo libro di Marcello Veneziani “Vico dei miracoli”, che mi ha anche ispirato notevolmente nella concreta stesura del testo e che consiglio di leggere a tutti quelli che ne volessero sapere di più.

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