“Della mia vita, lasciando stare Cavalò, rifarei tutto. Per me era difficile fare qualcos’altro; cosa vuole che facessi?”
È sempre stato un uomo fiero, deciso e che mai ha fatto un passo indietro Vittorio Emanuele di Savoia, scomparso la scorsa settimana a Ginevra all’età di 86 anni.
Personalità controversa, erede al trono vacante d’Italia, è stato l’ultimo testimone oculare di una storia, quella della dei Savoia, la cui esistenza e sopravvivenza fu segnata da un esilio, deciso dalla volontà popolare nel 2 giugno del 1946, quella stessa volontà popolare che alla monarchia scelse la Repubblica.
Vittorio Emanuele di Savoia era nato dall’unione di Umberto II, ultimo re d’Italia, con la principessa belga Maria José, nel 1937, nel pieno fervore dell’epoca fascista e nella cui Europa andavano via via a delinearsi le alleanze che avrebbero poi costituito i due fronti opposti del Secondo conflitto mondiale. Visse un’infanzia parecchio travagliata, passando di fatto dall’essere l’erede al trono d’Italia, ad essere un principe esiliato, senza più una terra e un palazzo; con l’entrata in vigore della Carta Costituzionale infatti, fu stabilito il divieto per tutti gli ex re, le loro consorti e i loro discendenti maschi di casa Savoia il divieto di ingresso e soggiorno nel territorio nazionale.
Ed è per questo motivo che i legami di Vittorio Emanuele con l’Italia si interruppero fino agli anni ’90, quantomeno ufficialmente, quando in particolare in occasione del Capodanno 1992 richiese ufficialmente alla Repubblica italiana di potersi adoperare per la revisione del Trattato di Osimo, ossia il documento firmato dai Ministri degli esteri di Jugoslavia e Italia con cui si stabilivano i confini territoriali dei due Paesi per le parti non indicate come tali nel Trattato di pace del 1947. A questo seguirono negli anni immediatamente successivi delle visite prima dell’allora Ministro degli Esteri Dini e poi del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che Vittorio Emanuele ricevette nella sua villa di Cavalò, in Corsica; poi nel 2002 la fine di un incubo: con una legge costituzionale approvata con due votazioni a maggioranza assoluta, si annullavano gli effetti del secondo e terzo comma della XIII disposizione transitoria e finale; dopo 57 anni di esilio i Savoia potevano far rientro in Italia e Vittorio Emanuele poteva finalmente mostrare a suo figlio Emanuele Filiberto, nato dall’unione con Marina Doria, quel Paese che un tempo era governato dalla sua famiglia ma che lui non aveva mai potuto conoscere.
La storia di Vittorio Emanuele è segnata da una serie di vicende che hanno sempre fatto di lui un uomo dai contorni poco nitidi e dai misteri irrisolti, nell’immaginario collettivo, coperti dalla storia: i rapporti con la P2, l’omicidio del giovane Dirk Hamer, e ancora la morte del giovane principe di Spagna, di cui pare sia stato testimone oculare; una personalità insomma, che poco si addice alla descrizione di un principe in pena che aspetta relegato di poter tornare a casa.
Ci si chiede spesso cosa sia rimasto dell’eredità della monarchia nel nostro Paese, del se e come questa famiglia possa avere, in futuro, un ruolo nell’assetto sociale italiano; c’è chi, in alcune occasioni, ne ha invocato un ritorno al potere e chi, invece ne condanna le gesta e li recrimina di aver apertamente lasciato il nostro Paese alla deriva.
Una cosa è certa: dopo l’esperienza fascista cui seguì la stesura della Costituzione, non c’era più spazio per le mediazioni, occorreva un cambiamento radicale che non lasciasse spazio a una forma di Stato che comprendesse una seppur formale e svuotata dei suoi poteri, monarchia. L’Italia doveva essere una Repubblica e l’esilio dei Savoia rappresentava non soltanto l’allontanamento di una famiglia , ma con essa, l’abbandono di un’epoca di odio e crudeltà di cui i suoi membri avevano scelto di legittimare.
Articolo a cura di Mariafrancesca Pepe
