Ci accingiamo ormai al termine della settimana più calda per la canzone italiana e non, al termine del Festival di Sanremo.
Momento vissuto e partecipato in ogni angolo del Belpaese dal lontano 1951.
Una settimana storicamente catalizzatrice dell’opinione pubblica, dai più avvertita come vera e propria congiunzione dell’Italianità.
E non potrebbe essere altrimenti, del resto: in corso di svolgimento della kermesse, chiunque ascolterà una delle canzoni ivi cantate, chiunque troverà un appiglio per interessarsi (anche marginalmente ) alle tematiche affrontate durante lo show.

In un festival di tale portata, inevitabilmente, non possono mancare anche spunti della quotidianità più cruda, spunti che conducono a definire (secondo un soggettiva opinione, eventualmente altresì a torto ), Sanremo come totum della politicizzazione delle trasmissioni.
Ed anche in questo caso, secondo l’opinione di chi scrive, non potrebbe essere altrimenti;
una perfomance artistica, quali sono le canzoni portate in gara, non può che fondarsi su esperienze vissute dall’artista, su sprazzi di vita vera, di realtà, con le innumerevoli e necessarie opinioni, contraddizioni, ideologie che fondano la stessa.

Quanto appena esposto, tuttavia, non rappresenta opinione diffusa, o perlomeno unanimemente condivisa; molti, infatti, hanno lamentato un eccessivo ricorso da parte di artisti, ospiti e conduttori susseguiti sul palco dell’Ariston a messaggi e/o gesti smisuratamente politici, tanto da “oscurare” quella che dovrebbe essere l’unica e sola protagonista della kermesse, la musica.
Critiche che, nel corso degli ultimi anni, sono state rivolte con una certa insistenza nei confronti di Amadeus, l’onnisciente conduttore la cui coppia con Fiorello, al di là del piacevole sarcasmo e della gioviale allegria che suscita, è spesso stata accusata di sfociare esorbitatamente nel politicamente corretto, lanciando messaggi smodatamente faziosi e di parte.

L’opinione pubblica, dunque, risulta essere bipartita in una corrente di pensiero contrastante e opposta: vivere il festival come se si celebrasse in uno spazio dorato e metafisico, ignorando i diretti destinatari della visione, la gente nella sua totalità e quotidianità, con le problematiche che la contraddistinguono, oppure guardare in faccia la realtà e celebrare questa settimana con le orecchie tese alla melodia e gli occhi ben vigili sulla realtà.
Realtà che può apparire come brutale, così com’è apparso ieri sera nel corso del messaggio letto da Amadeus a nome del “Movimento dei trattori”…

Non è nelle intenzioni di chi scrivere individuare la via maestra, scegliere quale fra le due correnti di pensiero sia quella corretta, anche perché non è detto che possa esistere.
A voi le considerazioni su tale tematica, ma forse una brillante, compromissoria, soluzione a ciò è stata trovata: si tratta del canto di Ghali, performance straziante e orgogliosa, il canto di chi non ha bisogno di essere chiamato o definirsi italiano (per parafrasare cutugno ), è il canto di un’Italia globale. Un’Italia che non guarda più ai soli figli dell’Urbe ma a chi in questa penisola viene a trovare la speranza. E a volte, come il cantante italo-tunisino, ce la fa…
L’unione di cui alle premesse si parlava è proprio questa: chiunque, ascoltando le melodie che hanno fatto o faranno la storia della nostra musica, si immedesima e si appassiona.
La polemica, invece, svilisce e stona…

Articolo a cura di Giuseppe Vito Distefano e Giovanni Giampaolo

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