Che bella è la sensazione quando gioca l’Italia? Il cuore si colma di gioia, pienezza e senso di comunità, non ci sono più confini tra regioni, tutto batte all’unisono, il sangue scorre nelle vene alla stessa velocità del pallone nel campo.

Eppure, non sempre è così. È nei posti più reconditi della terra, quelli dove le vite sono appese ad un filo e le situazioni drammatiche sono presenti in ogni famiglia, che il calcio diviene l’unica via di scampo. Diventa l’unico modo per aiutare i propri cari e se stessi. IL CALCIO DIVENTA SOPRAVVIVENZA.

Posti come il Brasile, dove a Rio, nelle favelas più pericolose (Heliopolis, Cidades de Deus e Rochina), i bambini rincorrono il pallone con la motivazione che li tiene in vita, corrono per il rettangolo improvvisato con i rifiuti, senza scarpe, all’ultimo sangue; per mostrarsi, per essere notati dai talent scout, per ascendere e donare una possibilità a loro stessi.

Per qualcuno il calcio può essere un momento di svago, per altri liberazione, senso di comunione, di appartenenza; ma nel paese verdeoro è un momento per sfuggire dai problemi sociali, quelli persistono e sono ancorati come radici nel terreno della corruzione, e il calcio li sconfigge tutti.

Ma la vera domanda da porsi è: come mai proprio in Brasile questo attaccamento alla “bola”? Il Brasile è uno dei paesi con il più alto tasso di disuguaglianza, di corruzione e povertà del mondo, colonizzato dai portoghesi nel 1500, è diventato il più grande porto di “commercio” degli schiavi dall’Africa. Per strada bimbi senza casa, senza vestiti, in spiaggia a giocare all’altinha e con lo sguardo puntato all’orizzonte oltre il Pão de Açúcar, cercano di capire cosa il futuro riserverà per loro. Per il momento si godono quello che la vita li ha offerto. Una palla e dei piedi con cui fare emozionare milioni di persone negli stadi. Perché se le disuguaglianze sussistono, non ci sarà nulla al mondo che unirà quelle 219 milioni di persone come la nazionale. Il calcio è il loro oppio e il Maracanã la loro dipendenza.

È in quelle situazioni che ci rendiamo conto che nulla deve essere lasciato al caso, che tutto ciò che abbiamo deve essere apprezzato perché per i crianças il sogno più grande è l’Europa, giocare nei club più importanti al mondo e scappare da quel nemico con il fucile spianato dietro la loro nuca: il narcotraffico.Una dicotomia che grava sulle loro teste fin dalla nascita: CALCIO O TRAFFICO? Sudore, fatica, e passione o armi, droga e denaro?Alcuni riescono a sopravvivere grazie alla magia creata dai loro piedi, che valgono medicine, cibo e scarpette; altri sono costretti ad immergersi fino al collo nella via più buia, e affiancarsi ai narcos negli scontri con la polizia.

Ma neanche il calcio riesce a sottrarli al duro destino, perché è nelle favelas che avvengono scontri sanguinosi, e ragazzi giacciono riversi al suolo, sul campo da calcio con una pallottola di un fucile nella schiena, vittime delle balas perdidas. BALA PERDIDA, MINA VAGANTE, SCHEGGIA IMPAZZITA. Tante sono le traduzioni ma uno il risultato. Una vita perisce sotto di essi, un ultimo fiato viene esalato dalle labbra di una vittima. La situazione nella “Cidade maravilhosa” sta diventando ingestibile e negli ultimi dieci anni, 31 bambini al giorno sono morti per le pallottole vaganti.

Eppure il Brasile occupa la 22esima posizione nella classifica mondiale stilata dall’ONU, sull’Indice di Sviluppo Umano (ISU) riguardo la felicità. Secondo Saulo Rodrigues Filho, professore ed esperto in indici del Centro de Desenvolvimento Sustentável dell’Università di Brasilia, “nonostante tutte le difficoltà del presente, c’è una speranza in un futuro migliore e un’idea di felicità anche in condizioni precarie”.
Ed ecco la risposta che noi, vittime del consumismo, non ci saremmo mai aspettati di sentire.
Forse per paura o semplicemente per vergogna, perché, nonostante possediamo tutto ciò che desideriamo, aneliamo costantemente qualcosa che ci sfugge, e proviamo frustrazione, rabbia e disfacimento. Quando alla fine di tutto, se volgessimo lo sguardo verso altre realtà che gravitano intorno a noi, ci renderemmo conto con facilità che non è necessario avere e possedere beni materiali, ma sono i legami e le emozioni che ci costruiamo durante la nostra esistenza, che alla fine ci regaleranno momenti indimenticabili. Ricordi da imprimere sulla nostra pelle con uno sguardo complice o con un abbraccio, stringendo la mano ad un fratello e cantando all’unisono. Questo è ciò che i Brasiliani, come molti altri paesi, ci trasmettono; con il loro stile “joga bonito”, nato per le spiagge o nelle favelas, contesti dai quali hanno tratto la loro forza, rendono più chiaro l’origine della loro più grande lezione che ci donano ogni giorno.

Articolo a cura di Martina Massaro

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