Tra i volti che hanno partecipato alla guerra contro la mafia spicca un magistrato che viene venerato come beato e martire della chiesa cattolica: Rosario Livatino, magistrato italiano assassinato dalla Stidda, ovvero un’organizzazione siciliana di tipo mafioso, nel 21 settembre del 1990 su una strada statale per Agrigento.
Nel 1979 Livatino diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di giudice a latere.
Come Sostituto Procuratore della Repubblica fin dagli anni ‘80 iniziò ad indagare non soltanto su fatti di criminalità mafiosa ma anche di tangenti e corruzione. Nel 1982 aprì un’indagine sulle cooperative giovanili di Porto Empedocle, in particolare sui criteri con cui erano finanziate dalla Regione Siciliana. Inoltre, in base ad una sua intuizione, la Procura di Agrigento aprì un’inchiesta su un giro di fatture false o gonfiate per circa 52 miliardi di lire che gli imprenditori catanesi ed altri ottenevano in tutta la Sicilia dalle ditte subappaltatrici per opere mai eseguite o appena cominciate. Nello stesso periodo, Livatino si occupò della prima grossa indagine sulla mafia agrigentina insieme ai suoi colleghi, i sostituti procuratori Salvatore Cardinale e Roberto Saieva e il giudice istruttore Fabio Salamone coordinati dal procuratore capo Elio Spallita, cui collaborò anche il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli (poi assassinato nel 1992). L’indagine si concluse con il processo contro i mafiosi di Agrigento, Canicattì, Campobello di Licata, Porto Empedocle, Siculiana e Ribera , e si tenne presso l’aula bunker di Villaseta (ex palestra sportiva) nel 1987. Vi furono 40 condanne. Nell’ambito di tale inchiesta, Livatino si trovò ad interrogare diversi politici dell’agrigentino sui loro rapporti con esponenti mafiosi locali.
Dopo la sua morte si è aperto nel 1993 un processo per ottenere la sua beatificazione e già nel 2011 viene firmato il decreto dall’arcivescovo di Agrigento Francesco Montenegro. Nel 2020 Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto dando vita alla sua beatificazione.
La vita del giudice Livatino, ora beato Livatino, ha ispirato il libro “Sub tutela dei” che racchiude il percorso del magistrato; il titolo è anche il suo motto adottato fin da giovane . Con questa fiducia in Dio ha vissuto una ordinaria quotidianità, come emerge da quanto annotava quotidianamente nelle sue agende.
La fede vissuta nel quotidiano connota la sua professione di magistrato che diventa il luogo dell’offerta a Dio di sé, non senza un lungo travaglio interiore, cosciente del “calice” che gli è messo davanti, dei pericoli a cui lo espongono le sue indagini.
Tale coscienza è all’origine di un «brutto periodo per il morale» fino a quando accetta la probabilità del “sacrificio” della sua vita. Chiede di poter accostarsi al sacramento della Cresima, maturando progressivamente una disposizione martiriale. Nel suo «Picciotti, che cosa vi ho fatto?» risuona il profeta Michea, associato il Venerdì Santo al Cristo morente: «Popolo mio, che male ti ho fatto?».
Una invocazione che penetrerà nel cuore degli assassini e porterà due di loro a chiedere perdono.
Dopo avere incontrato i genitori di Livatino, san Giovanni Paolo II pronunciò parole durissime contro la mafia, invitando i responsabili alla conversione. Appello rinnovato da papa Francesco, come a dire che la vittoria sulla mafia è la consegna di sè a Cristo, distanti dal rischio di perdere la vita credendo di guadagnarla.
Sub tutela Dei significa essere liberi da altre tutele, da quelle insidiose, invisibili delle mafie o degli interessi di parte. In generale l’essere umano è libero di scegliere, e la scelta è un’arma a doppio taglio. Può fare del bene come del male.
Molte volte ci aggrappiamo alla vana illusione del piacere e della felicità che ci vengono offerti da sciacalli travestiti da angeli, un po’ come Adamo ed Eva che sono stati tentati dal diavolo. Il fatto di sentirci appagati è un veleno che soffoca la nostra mente e risucchia le nostre anime, rendendoci così burattini nelle mani del peggiore dei mangiafuoco.
D’altra parte come si fa a riconoscere il male quando è sotto vesti così belle?
Il giudice Livatino nella sua carriera ha dimostrato proprio questo: come l’essere liberi possa essere la più grande sciagura dell’uomo. Il suo pensiero è strettamente legato a Dio. Possiamo definire Livatino come un profeta mandato per diffondere il messaggio del signore attraverso la giustizia.
Rifacendosi ad alcuni passi evangelici, Livatino osservava come Gesù affermi che “la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana; e forse può in esso rinvenirsi un possibile ulteriore significato: la legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui la stessa interpretazione e la stessa applicazione della legge vanno operate col suo spirito e non in quei termini formali”.
Ancora su questo aspetto, Livatino dichiarava: “Cristo non ha mai detto che soprattutto bisogna essere ‘giusti’, anche se in molteplici occasioni ha esaltato la virtù della giustizia. Egli ha, invece, elevato il comandamento della carità a norma obbligatoria di condotta perché è proprio questo salto di qualità che connota il cristiano”. Ogni mattina, prima di entrare in tribunale, andava a pregare nella vicina chiesa di San Giuseppe.
Una frase con cui viene ricordato il beato Livatino è:
«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.»
Leggendo questo libro si comprende che ormai siamo solo abituati a riempirci la bocca di parole o di sproloqui, senza di fatto cambiare nulla e lasciare che il male si insinui sempre di più nel nostro paese arrivando a strozzarlo. Questo è uno dei motivi che mi ha spinto a studiare giurisprudenza. Solo attraverso lo studio e la perseveranza possiamo respirare aria pulita! Sembrano parole scontate, di fatto mi ritrovo spesso in discorsi in cui mi dicono che noi studenti di giurisprudenza ci riempiamo di tanti buoni propositi e di modelli da imitare ma tanto la situazione resta uguale. Quello che vedo è una totale mancanza di fiducia nello sperare in un futuro migliore. Sembra quasi che ci siamo rassegnati ad essere pedine. Ma non è così! Tutti i magistrati, i poliziotti e altre illustri forze dell’ordine che sono morti non erano altro che persone, e se sono riusciti loro a smuovere le coscienze allora possiamo farlo anche noi. Il solo modo che abbiamo di fronteggiarlo è cominciare ad unire alle parole i FATTI. Inculcando con la nostra condotta di vita modelli di onestà, di solidarietà, di rispetto civile, di cooperazione umana e sociale , di inclusione senza pregiudizi, si può allora sperare in una vera evoluzione dell’umanità.
Articolo a cura di Antonella Russo
