Nella sera del 16 ottobre scorso, la capitale d’Europa è stata sconvolta da alcuni colpi d’arma da fuoco che hanno provocato la morte di due svedesi, probabilmente tifosi che si trovavano lì per assistere alla partita della loro nazionale contro quella belga.
L’atto è stato rivendicato da un uomo sulla quarantina che, secondo i sospetti, avrebbe girato un video per rivendicare la propria appartenenza all’Isis.
Per quanto questa vicenda piuttosto che i recenti allarmi nella capitale francese possano sembrare dei casi quasi isolati, in realtà, hanno portato nuovamente alla luce la paura connessa ad uno specifico fenomeno, il terrorismo globale di matrice jihadista che domina, ormai da due decenni, l’agenda politica degli Stati e tutti i mezzi di comunicazione di massa; così è accaduto anche in Europa, teatro di numerosi attentati terroristici collegati, nei primi anni del 2000, ad Al-Qaida, come è stato l’attentato nella stazione Madrid l’11 aprile del 2004 che provocò circa 190 vittime. Considerando proprio l’impatto di azioni del genere, si riteneva che il reato terroristico, per le sue peculiarità, necessitasse di una specifica legislazione che, tuttavia, all’epoca risultava assente in tutti gli Stati membri dell’UE. Infatti, erano unicamente sei gli Stati aventi una legislazione specifica per questo tipo di reato, tra i quali anche la stessa Italia, mentre in tutti gli altri esso veniva sanzionato come un reato comune. A seguito dell’attentato di Madrid, i leader europei hanno adottato una dichiarazione sulla lotta al terrorismo che prevedeva, tra le diverse misure, l’istituzione della carica di coordinatore antiterrorismo europeo, incaricato anche di monitorare l’attuazione della strategia dell’UE in tale ambito e migliorare la comunicazione tra UE e paesi terzi.
Ad oggi, in base alla Direttiva UE 2017/541, gli attacchi terroristici sono reati compiuti con lo scopo di intimidire una popolazione o di cercare di costringere un governo o un’organizzazione internazionale.
Tuttavia, si deve considerare che il terrorismo in sé ha subito un mutamento: tra il 2014 e il 2016, il numero di attacchi terroristici è aumentato progressivamente in seguito all’ascesa del neonato gruppo dello Stato Islamico, artefice dell’introduzione di nuove modalità di aggressione; infatti, se prima gli attentatori erano organizzati in gruppi e utilizzavano per lo più bombe, dal 2014 in poi gli attacchi sono stati per lo più condotti da singoli individui affiliati allo Stato Islamico che operano utilizzano strumenti più semplici quali coltelli, pistole o veicoli.
Sebbene la sicurezza rientri, in gran parte, nelle competenze nazionali, il terrorismo, in particolare quello jihadista, resta un’importante minaccia per la sicurezza del territorio europeo, le cui fragilità sono state messe in risalto dagli attentati del 2015 a Parigi e dell’anno seguente a Bruxelles. Dunque, come si è posta l’Unione Europea?
L’UE anzitutto contribuisce alla protezione dei cittadini fungendo da “principale forum di cooperazione e coordinamento tra gli Stati membri”, inoltre, diversi sono stati gli interventi attuati per prevenire concretamente nuovi attacchi, tra i quali controlli alle frontiere maggiormente scrupolosi, più cooperazione giudiziaria e di polizia per l’individuazione dei soggetti sospetti, taglio dei finanziamenti al terrorismo, lotta alla criminalità organizzata e contrasto ai fenomeni di radicalizzazione, azione intensificatasi particolarmente proprio a partire dalla pandemia. Ciò è avvenuto in ragione del fatto che terroristi ed estremisti si servono di internet per portare avanti la propaganda e la radicalizzazione e la problematica più rilevante, come risultante dai dati, è che la maggior parte degli attentati avvenuti sul suolo europeo è stata commessa da “cittadini europei nati in Europa che si sono radicalizzati vivendo in Europa”. Nel corso degli anni, l’ambiente jihadista nell’UE è rimasto stabile per quanto riguarda le attività, la distribuzione geografica e gli attori coinvolti; dal punto di vista geografico, i membri delle reti jihadiste sul territorio europeo sono rimasti concentrati nelle grandi aree urbane e nelle zone limitrofe.
Dunque, la lotta al terrorismo va portata avanti ma senza che questo comprometta i valori comuni dell’Europa, quali democrazia, giustizia e libertà di espressione.

Nel dicembre 2020, il Parlamento europeo ha adottato la strategia per l’Unione della sicurezza 2020-2025 e un nuovo programma di lotta al terrorismo, articolato in quattro fondamentali elementi: prevenire, proteggere, perseguire e rispondere.
In ultimo, anche la pandemia ha avuto un certo peso sugli attacchi terroristici, infatti secondo i dati forniti dall’Europol, nel 2020 l’Europa ha registrato una cifra molto più bassa, rispetto all’anno precedente, di arresti per casi di sospetto terrorismo, mettendo nuovamente in evidenza il cambiamento nelle armi utilizzate: “le chiusure legate alla pandemia e i divieti di assembramento negli spazi pubblici, come centri commerciali, chiese e stadi, sembrano aver portato a una diminuzione dell’uso di esplosivi durante gli attacchi terroristici”, sostituiti da strumenti “semplici” quali armi da taglio o veicoli.
Il principio che sembra, quindi, essere sotteso agli sforzi dell’Unione Europea in questo campo è che il terrorismo può essere combattuto efficacemente solo collaborando.
Articolo a cura di Elvira Simonelli
