L’attacco al porto di Alessandria d’Egitto è una delle più grandi vittorie italiane di tutto il secondo conflitto mondiale. In sole 10 ore, dalle ore 20:47 del 18 dicembre alle ore 6:30 (circa) del 19 dicembre 1941, sei operatori misero fuori combattimento due corazzate, una petroliera ed un cacciatorpediniere della Royal Navy.

L’operazione assume ancora più valore se si osserva il contesto in cui è avvenuta: Alessandria d’Egitto fu la sede dell’Ammiragliato della Mediterranean Fleet e quindi la sua base navale più protetta. Essa fu anche l’importantissimo cordone vitale da cui dipendevano le truppe alleate in Nord Africa, che proprio in quell’inverno ingaggiarono il contingente italo-tedesco, comandato da E. Rommel, durante l’operazione Crusader. Pochi mesi prima, gli u-boot tedeschi avevano colato a picco la portaerei Are Royal e la corazzata Durham, rendendo le due corazzate presenti nel porto di Alessandria la spina dorsale della squadra navale di superficie affidata all’Amm. Cunningham. Inoltre, l’entrata in guerra del Giappone non consentì il dispiegamento per un certo periodo di nuove portaerei o navi da battaglia nel Mediterraneo, dovendo queste essere destinate alla difesa dell’Oceania, ultimo avamposto alleato nel settore del Pacifico.

G.A. 3 fu compiuta dai mezzi d’assalto della Xa Flottiglia MAS, ma a differenza del nome che sembrerebbe un riferimento all’impeto e all’irruenza, l’operazione fu esattamente il contrario. Nessuna irruenza, niente fu affidato al caso, tutto fu freddamente calcolato ed ogni risorsa della tecnica e dell’ingegno fu sfruttata al massimo delle sue possibilità.

L’attacco ad Alessandria fu il culmine di un anno e mezzo di guerra e oltre quattro di studi e ricerche da parte degli uomini della Ia Flottiglia MAS, inizialmente, e della Xa Flottiglia, successivamente.
La pianificazione iniziò subito dopo l’attacco a Gibilterra del settembre del 1941. Nel massimo riserbo il C.F. Forza ed il C.F. Borghese selezionarono gli operatori, tutti volontari, e predisposero il piano operativo, di cui fu tenuta all’oscuro la stessa Supermarina (Lo Stato Maggiore della Regia Marina da guerra).

Il 3 dicembre alle ore 18:00, il Sommergibile Scirè lasciò la stazione sommergibili della Spezia simulando un’esercitazione notturna. Il sommergibile avvicinatore, imbarcati i tre Siluri a Lenta Cors (SLC),, anche noti come “maiali”, e i restanti strumenti, fece rotta verso Lero al comando del C.te Borghese. Il trasferimento del sommergibile fu protetto dalla fortuna “che aiuta gli audaci”.

Prima, la sua posizione fu svelata dall’incompetenza del centro radio di Messina, che ne annunciò il passaggio in pompa magna con una trasmissione non cifrata, esponendolo al rischio di essere intercettato dai numerosi sommergibili nemici che a sud dello Ionio avevano la loro zona di caccia. Dopo, un trimotore britannico identificò correttamente lo Scirè come sottomarino italiano classe Adua e riconobbe perfino i tubi in cui erano presenti i “maiali”. Tuttavia, come emerge dal rapporto dei piloti, il C.te Borghese fece emettere i segnali di riconoscimento italo-tedeschi del giorno che furono riconosciuti come “corretti” dal velivolo britannico, che si disimpegnò rapidamente e sparì all’orizzonte.

Arrivato alla base italiana in Grecia, il sommergibile imbarcò gli operatori giunti a Rodi in aereo da Roma e poi alla V Grupsom di Lero in nave. I prescelti per l’azione furono: il Tenente di Vascello Luigi Durand De La Penne, il Capo Palombaro di 3a classe Emilio Bianchi, il Cap. A.N. Vincenzo Martellotta, il 2o Capo Pal. Mario Marino, il Cap. G.N. Antonio Marceglia, il Palombaro Spartaco Schergat.

Il 15 dicembre alle ore 4:30 del mattino lo Scirè prese il largo iniziando la fase “operativa” della missione, quella di avvicinamento al porto nemico e di rilascio degli operatori e degli S.L.C.
In questa fase, il sommergibile fu abbandonato a se stesso dal Comando supremo della Regia Marina. Infatti, Supermarina non comunicò alcuna informazione in merito alle condizioni meteorologiche del porto egiziano né notizie sulle unità presenti alla fonda.

Solo grazie ad un telegramma del C.te Sforza, trasferitosi all’uopo da La Spezia ad Atene, rese nota la presenza delle due corazzate ad Alessandria d’Egitto. Questo fatto fu vera e propria “condicio sine qua non” per passare all’azione, non potendosi più rischiare una disfatta come quella di Malta.

Ore 20:47, 18 dicembre 1941. Fondale mm. 15. Som. Scirè in affioramento. Apertura portello torretta. Fuoriuscita operatori.
Ebbe inizio così G.A. 3. I tre siluri a lenta corsa furono lasciati a 1,3 miglia nautiche dall’imboccatura del porto, essendo il rimanente percorso infestato da mine e da più linee di gimnoti.

I tre equipaggi avanzarono in affioramento protetti dalla notte di novilunio sino all’ingresso della base navale. Là un altro colpo di “fortuna”. Tre navi nemiche rientrarono in porto, consentendo agli operatori di scivolare accanto ad esse senza dover perdere tempo a farsi largo tra le ostruzioni della base. Tuttavia, per questione di metri l’equipaggio dell’S.L.C. 222, Martellotta-Marino, non fu travolto dal cacciatorpediniere in ingresso. Nessuno degli Italiani fu avvistato, la missione potè continuare.

I tre “maiali” procedettero separatamente verso gli obiettivi designati. De La Penne-Bianchi a cavallo dell’S.L.C. 221 puntarono la corazzata Valiant dopo aver navigato tra più navi nemiche alla fonda; Marceglia-Schergat sull’S.L.C. 223 procedettero verso la Queen Elizabeth perfettamente; Martellotta-Marino a bordo dell’S.L.C. 222 cercarono invano una portaerei e infine puntarono la grande petroliera norvegese Sagona.

La missione degli S.L.C. 222 e 223 fu perfetta. Entrambi gli equipaggi posizionarono le cariche esplosive sotto i propri bersagli, affondarono il siluro e ne attivarono l’autodistruzione, distrussero l’equipaggiamento segreto e fecero per allontanarsi.
Tuttavia, Martellotta e Marino furono immediatamente fermati da dei militari egiziani e poi consegnati ai Britannici. Marceglia e Schergat riuscirono invece a dileguarsi, fingendosi marinai francesi. Raggiunsero quasi Rosetta e la foce del Nilo, luogo dove sarebbero stati tratti in salvo dal Somm. Ametista, ma furono raggiunti ed arrestati poiché il S.I.S. di Supermarina gli aveva fornito danaro non avente corso legale, cosa che insospettì i locali, che allertarono il nemico.

Se non fosse stato per questa grossolana svista (?) del servizio segreto della Regia Marina, i due marinai nati in Istria avrebbero portato a termine la missione perfetta.
De La Penne e Bianchi incontrarono invece più difficoltà, come se la fortuna, che assistette gli altri equipaggi, avesse presentato il conto all’equipaggio dell’S.L.C. 221.

Il “maiale” si impigliò nelle reti antisiluro poste a ridosso della nave da battaglia Valiant e solo dopo un grandissimo e rumoroso sforzo dei due, il siluro fu disincastrato. Questo, poi, andò in avaria affondando ed adagiandosi pesantemente sul fondale fangoso di Alessandria. Ciò costrinse Bianchi ad operare più emersioni nel tentativo di collegare il cavo alle alette antirollio della corazzata e causandone un’avvelenamento da ossigeno, che lo costrinse a riemergere privo di sensi. De La Penne completò in solitaria l’aggancio della carica al di sotto della Valiant e l’attivazione delle spolette di autodistruzione del “maiale”.

Entrambi, furono quasi immediatamente catturati dal personale di guardia a bordo della corazzata, rinchiusi in una “cala” per il deposito di materiale di vario genere sottocoperta e minacciati di esservi abbandonati in caso qualsiasi cosa fosse dovuta accadere alla nave. De La Penne intorno alle 6 del mattino del 19 dicembre domandò di conferire con l’Amm. Morgan, C.te della Valiant, per allertarlo del pericolo corso dai suoi uomini, la cui morte, secondo l’ufficiale italiano, non era necessaria.

All’alba del 19 dicembre 1941, le cariche esplosero. Le corazzate Queen Elizabeth e Valiant affondarono adagiandosi sul fondale e rimasero fuori combattimento fino al giugno 1943. La petroliera norvegese Sagona fu distrutta e il cacciatorpediniere Jervis fu colpito a sua volta e messo fuori combattimento per il resto della guerra.

L’esito fu un assoluto successo per la Xa Flottiglia MAS. I sei operatori, il C.F. Junio Valerio Borghese ed il Somm. Scirè furono decorati con la Medaglia d’Oro al Valor Militare per questo fatto d’armi.
Wiston Churchill in persona davanti al Parlamento del Regno Unito, riunito in seduta segreta, fu costretto a riconoscere il valore dei militari italiani che con un equipaggiamento poco costoso avevano distrutto quasi 80’000 tonnellate di naviglio.

Come si vede, Comandante ( Borghese ), la nostra azione non ha avuto nulla di eroico, ed il suo successo è dipeso unicamente dalla preparazione, dalle condizioni particolarmente favorevoli nelle quali si è svolta, soprattutto dalla volontà di ottenere a tutti i costi il successo.” (Commento aggiunto al rapporto missione del Cap. G.N. Marceglia redatto al rientro dalla prigionia nel 1944).

Non eroismo. Quella è la condotta di coloro che anteponendo la missione alla loro stessa vita, hanno adempiuto fino in fondo alla promessa fatta ai compagni, ai superiori e alla Patria.
Il manipolo di marinai italiani che beffò l’Ammiragliato britannico nella notte tra il 18 ed il 19 dicembre di 81 anni fa fu composto dall’esempio più puro di valorosi combattenti. Essi si addestrarono in modo maniacale per servire l’Italia al meglio delle loro possibilità e oltre, se necessario.

Essi, come i loro compagni dei mezzi d’assalto, vissero secondo le prescrizioni del Decalogo. Legge morale che impone: disciplina, serietà, modestia, umiltà, coraggio, fierezza, dignità, fedeltà ed esemplarità.
Gli uomini della Decima hanno donato se stessi all’Italia, meritando ben 35 Medaglie d’Oro al Valor Militare, oltre cento Medaglie d’Argento al valor militare e numerose Medaglie di Bronzo al Valor Militare.

Allora, tralasciando superflui esercizi di retorica, si è certi che la parola più bella per descrivere questi uomini sia: “Italiani”.

A cura di Leonardo Fancello

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