Il traumatico inizio del XXI secolo: l’11 settembre 2001

Oggi i nostri cittadini, il nostro modo di vivere, la nostra stessa libertà sono stati attaccati in una serie di atti terroristici deliberati. (…) Questi attacchi intendevano spaventare la nostra nazione, gettarla nel caos, spingerla a indietreggiare. Ma hanno fallito. Il nostro Paese è forte. (…) L’America è stata attaccata perché siamo, nel mondo, il faro più luminoso della libertà e dell’opportunità”.

È con queste parole che, l’11 settembre 2001, al termine di una giornata che ha lasciato in sgomento l’America e il mondo occidentale intero, il presidente George W. Bush si rivolge alla nazione dopo il dirottamento di quattro aerei di linea sul suolo americano. Due si abbattono sulle Torri Gemelle del World Trade Center, a New York; un terzo si schianta su un’ala del Pentagono a Washington; un quarto, che probabilmente sarebbe dovuto cadere su una sede politica della capitale (la Casa Bianca o il Campidoglio), precipita invece in Pennsylvania. 

Il bilancio delle vittime è di 2.977 persone e tanti sono gli interrogativi al momento dell’impatto. “Un corto circuito? Un piccolo aereo sbadato? Oppure un atto di terrorismo mirato?” come scrive Oriana Fallaci in “La rabbia e l’orgoglio”. In effetti, i sospetti confermano quest’ultima tesi, ricadendo quasi immediatamente sui terroristi legati ad Al Quaida, organizzazione facente capo al saudita, Osama Bin Laden, considerato il vero e proprio leader della rete terroristica islamica. 

L’11 settembre ha rappresentato la nascita, traumatica, del XXI secolo, che ancora riverbera i suoi effetti sulla politica e sulla nostra percezione del mondo, avendo messo gli stati democratici davanti ad un compito, per molti versi disatteso: “la guerra al terrorismo, l’eliminazione degli stati canaglia, la democratizzazione del mondo, l’integrazione dei mussulmani”. 

Storicamente, come si è arrivati a questo punto? Per meglio comprendere gli eventi che hanno sconvolto la città di New York agli inizi degli anni 2000, si deve far riferimento alla storia immediatamente precedente e, in particolar modo, all’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa nel 1979, la quale ha generato una reazione da parte di Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan nel tentativo, attraverso un movimento di guerriglieri (i mujahidin), di evitare che l’URSS potesse dare un effettivo sostegno ai comunisti saliti al potere nel paese l’anno precedente. Tuttavia, la guerra afgana divenne così un vero e proprio campo di addestramento non solo per jihadisti ma anche per mercenari e fanatici provenienti dal mondo islamico. 

Eppure, può unicamente l’invasione dell’Afghanistan aver avuto un impatto tale da provocare l’attentato dell’11 settembre? 

La risposta è no, perché vi sono alcuni aspetti dell’attacco alle Torri Gemelle spesso trascurati e ai quali si deve far necessariamente riferimento: è il caso di una forma di contagio politico. Il “deficit di legittimazione politica” caratterizzante il governo in Arabia Saudita, e il malcontento che ne è derivato, hanno rappresentato “l’innesco concreto della radicalizzazione di Bin Laden”. 

In tal senso, il terrorismo si è configurato solo come risposta a questo deficit, ma l’impatto decisivo sulle relazioni internazionali ha completamente stravolto “il ruolo e la missione attribuita agli interventi militari”, segnando così una vera e propria svolta nella strategia di politica estera americana basatasi, fino a quel momento, su due principi: deterrenza e containment. 

Da lì comincia una “lunga guerra”, così come da Bush è stata definita, al terrorismo internazionale: 

Non faremo distinzioni tra i terroristi che hanno commesso gli attacchi e chi li ha armati. Nessuno di noi dimenticherà mai questo giorno e andremo vanti a difendere la libertà e tutto ciò che c’è di buono e giusto nel mondo“.

Il  terrorismo non va considerato come un fenomeno tipico solo delle democrazie moderne, pur avendo in esse assunto delle caratteristiche peculiari poiché rivoltosi, innanzitutto, contro la “gente comune”. Per il diritto internazionale, il terrorismo è considerato: “l’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine”, ma è nelle definizioni contemporanee che tale concetto assume degli specifici connotati, essendo in genere una violenza di tipo simbolico, avente l’obiettivo di diffondere determinati messaggi e attirare l’attenzione soprattutto dell’opinione pubblica. 

È la religione islamica a rivendicare il terrorismo? Contrariamente a quanto si sostiene nell’immaginario comune, la storia che ha portato all’attacco di New York poco ha a che vedere con gli insegnamenti del profeta Maometto, contenuti nel Corano, in quanto soprattutto legata agli sviluppi globali degli ultimi due secoli e ad un profondo sentimento di rabbia verso il mondo occidentale, in particolar modo verso gli Stati Uniti, le cui radici sono più geopolitiche che religiose.   

Nello specifico caso del terrorismo di matrice islamica, l’obiettivo dei fondamentalisti è la restaurazione della sharia (via di Allah) attraverso l’eliminazione di tutti gli elementi, quali istituzioni o valori, che possano minarla; il pericolo è dunque rappresentato dalla civiltà industriale, in relazione soprattutto alla diffusione di determinate idee e modelli di comportamento che vedono la religione rivestire un ruolo secondario, talvolta marginale, nella vita degli uomini occidentali. “Uno dei doveri principali del buon credente è costituito proprio dalla jihad”- duplice lotta, di cui la prima contro se stessi volta alla sconfitta di vizi  e/o tentazioni, e la seconda condotta contro fedeli che non seguono la sunna. 

A ventidue anni dall’attentato non si può che metterne in risalto l’impattoper gli USA, sulla politica interna ed estera; un cambiamento che può essere meglio compreso a partire dal fatto che la politica estera di Bush si fece sempre più unilaterale: alla sfida al terrorismo, l’America rispose con una campagna globale che tradì le iniziali intenzioni del presidente, ossia quelle di ridurre quanto più possibile l’intervento internazionale statunitense. Contrariamente a ciò, l’obiettivo divenne quello di “attivare un processo di trasformazione dell’ordine internazionale, a cominciare da quel teatro mediorientale dove i compromessi politici e geopolitici dei decenni precedenti non apparivano più tollerabili”. 

A questo è seguita, quasi inevitabilmente, la decisione di intraprendere un massiccio riarmo, posizione sicuramente contraria alle originali intenzioni dell’amministrazione Bush ma rivelatasi quasi fondamentale, in considerazione del fatto che le armi non fossero solo necessarie per condurre la campagna antiterroristica ma soprattutto per rovesciare i regimi autoritari, come quello di Saddam Hussein in Iraq. 

A questa azione internazionale non poteva che corrispondere un maggiore impegno interno, proprio per combattere il terrorismo sul territorio statunitense stesso, concretizzatosi in una specifica legge: il Patriot Act, approvata nell’ottobre 2001 e rinnovata, con alcune modifiche, nel 2006. Tale legge andava a ledere le libertà fondamentali che gli Stati Uniti avevano sempre protetto con lo scopo di attuare la, più importante, sicurezza nazionale; infatti, il Patriot Act accresceva le possibilità per le agenzie federali di monitoraggio delle comunicazioni telefoniche ed e-mail, garantendo un’ampia discrezionalità nel trattamento dei migranti sospettati di avere legami con organizzazioni terroristiche e, in ultimo, rimuovendo le restrizioni all’attività d’intelligence. Ciò che la legge cercava di fare era rispondere ad un complesso dilemma: “conciliare libertà e sicurezza, protezione degli Stati Uniti e dei loro cittadini e preservazione delle libertà fondamentali e dei diritti costituzionali, in tempi di reale pericolo per il paese”. 

Tuttavia, proprio i metodi con i quali è stata condotta dall’amministrazione Bush, la campagna contro il terrore non ha fatto altro che alimentare l’ostilità dell’opinione pubblica, mondiale e non solo; in tal senso, l’elezione di Obama nel 2008 ha in parte contribuito a riattivare “il soft-power di cui storicamente godono gli Usa, riportandone la politica estera sul binario di un cauto e pragmatico internazionalismo”. 

  Col tempo è stato anche sempre più chiaro che la strategia dell’esportazione della democrazia è stata fallimentare: l’insediamento in Afghanistan e in Iraq di regimi fragili e delegittimati ha messo in evidenza che il “regime change”, per essere efficace, non possa essere fondato sull’interventismo militare, soprattutto in considerazione delle vittime, circa 47 mila i civili morti in Afghanistan, di poco inferiore al numero di talebani rimasti uccisi, pari a 51 mila. Con Bush, avendo cacciato i talebani, si è tentato di costruire istituzioni localiin grado di controllare il territorio, oltre che ad assicurare un minimo di servizi essenziali per la popolazione. Viste però le difficoltà e i costi di questo approccio, Obama ha successivamente puntato a chiudere l’impegno militare sul suolo iracheno e a limitare invece quello afgano; a cercare fermamente di lasciare questi territori è stato Trump, e Biden ha completato l’opera a Kabul con i risultati disastrosi. Volendo analizzare ciò attraverso le categorie dello storico statunitense Walter Russel Mead, si può affermare che a prevalere nel tempo sia stata la componente jacksoniana della politica estera americana, rispetto a quella wilsoniana.

L’effetto immediato che l’attacco sotto cui l’America si era trovata aveva avuto, dal punto di vista di politica interna, è stato l’aumento del consenso verso il Presidente Bush junior, passato dal 51% al 90%, nonostante l’epoca di Bush è quella che, secondo gli esperti, ha segnato un venir meno della tendenza a convergere verso il centro dello schieramento da parte dei due grandi partiti, “dando il via ad un processo di polarizzazione che ha portato alla creazione di un solco sempre più marcato tra elettori democratici e repubblicani”, fenomeno divenuto ancor più evidente sotto la presidenza Obama fino alla progressiva radicalizzazione di entrambi i partiti. 

Dunque, di fronte ad un mondo che chiede un maggior impegno degli Stati Uniti attraverso la loro partecipazione in organizzazioni internazionali e multilaterali, corrisponde un’America riluttante, sia nel sostenere politiche estere globali e interventiste che a rientrare pienamente nella comunità internazionale accettandone norme e vincoli fondamentali. 

Articolo a cura di Elvira Simonelli

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