Traghettatore e leader crudele di una realtà criminale che ha saputo evolversi. Cresciuto sotto l’ala di “Don Ciccio” , padre biologico e mafioso dell’intera provincia Trapanese, vede la successiva consacrazione sulle orme di Badalamenti, Riina e Provenzano che ne determinano l’ascesa indiscussa.
Fin da giovane si contraddistingue per l’acuta predisposizione alla violenza e per quella vena sanguinaria che con il tempo ha saputo smussare: l’ordine che dà il via all’uccisione del piccolo Di Matteo ne è un esempio. La capacità di modificare il campo d’azione di cosa nostra sugella la sua leadership; gli ingenti investimenti in ambito eolico, la gestione delle attività produttive all’interno dell’intera Sicilia, i rapporti clientelari con la politica sono dimostrazioni di come “il padrino” abbia compreso l’evoluzione che il fenomeno mafioso avrebbe dovuto assumere. Crudele e geniale, impulsivo e diplomatico, mafioso ma allo stesso tempo imprenditore. Geniale nell’intuire che lo stragismo e il sangue avrebbe troppo esposto la mafia al massacro, nell’intuire che in fondo Riina e gli altri fossero solamente pupi nelle mani di poteri contro i quali difficilmente vi è speranza di sopravvivere.
Scomparso nel 93’ è ritenuto erroneamente un pesce piccolo: saranno infatti l’operazione Petrov nel 94’ e l’operazione Omega nel 96’ a chiarire in realtà quale fosse il suo ruolo apicale all’interno di Cosa Nostra. Le testimonianze gli attribuiranno una posizione fondamentale nella trattativa Stato-Mafia, rendendo l’idea della realtà criminale di cui fu a capo. I rapporti della mafia siciliana con altisonanti politici, con Gladio ma soprattutto con i vertici del SISMI/SISDE, furono le garanzie della sua latitanza; il ruolo di Cosa Nostra nel periodo stragista fu la sua chiave, fu il suo potere- potere di garantire silenzio in cambio della libertà. Libertà di un uomo che ha vissuto gli ultimi 30 anni senza fronzoli, frequentando bar, ristoranti, stadi e concedendosi senza fronzoli continue effusioni amorose. Miopia e collusione di coloro che non vedevano e non sapevano, ivi compresi coloro i quali avrebbero dovuto garantirlo alla giustizia. Collusione di coloro che avrebbero dovuto rendere giustizia a quelle innumerevoli vittime innocenti trucidate dalla violenza mafiosa.
Innumerevoli sono le relazioni che la sua “famiglia” avrebbe intrattenuto con i membri di Gladio nel trapanese, provincia marchiata dalla presenza della famigerata “Caserma Scorpione”. Inquietanti i rapporti portati alla luce da alcuni collaboratori di Giustizia. Uomini dello Stato… come l’allora direttore del SISDE Mario Mori che avrebbe incaricato l’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino di creare un canale di collegamento con Messina Denaro, sempre ai fini della trattativa Stato-mafia. Trattativa sui quei segreti indicibili che hanno contraddistinto la nostra storia repubblicana fin dagli albori, fin da “Portella della Ginestra”. Ovviamente le ultime considerazioni sono basate su testimonianze presunte che il giornalismo d’inchiesta ha reso pubbliche; inchieste e presunti coinvolgimenti che giornalisti come Ranucci hanno avuto il coraggio di divulgare(giusta presa di posizione nell’evidenziare che fino a prova contraria si resta nel campo delle ipotesi).
Testimonianze ombrose e macabre che gettano nello sconforto tutti quelli che avrebbero auspicato giustizia. Giustizia per Peppino Impastato, per il piccolo Di Matteo, giustizia per Giovanni Falcone, giustizia per Paolo Borsellino. Giustizia ma allo stesso tempo paura; paura che un giorno sui libri di storia uomini dal calibro di Messina Denaro vengano rilegati nella sfera di semplici uomini mafiosi, non considerando le innumerevoli commistioni con ulteriori forme di potere; paura che nessuno potrà mai rendere giustizia a degli uomini ingiustamente trucidati; paura che le nuove generazioni prendano come esempio uomini dalle condotte a dir poco deplorevoli.
Paura che lascia spazio al coraggio, spazio al coraggio di chi crede che il tutto possa cambiare. Spazio al coraggio in ricordo di coloro che ne hanno fatto una ragione di vita e con la vita stessa hanno pagato. Spazio al coraggio di credere che lottare non sia ancora inutile. Coraggio perché in fondo…
“La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.” (Corrado Alvaro).
Articolo a cura di Giuseppe Patea
