È l’alba di sabato 7 ottobre quando molte città israeliane sono state svegliate dal suono delle sirene che annunciavano un attacco, senza precedenti, lanciato dall’organizzazione terrorista palestinese Hamas, che ha preso il potere sul territorio nel 2007. In poche ore sono stati lanciati verso il territorio dello stato ebraico più di duemila razzi, la gran parte intercettati dal sistema di difesa israeliano, Iron Dome: almeno 50 sarebbero i morti, mentre oltre 740 i feriti.
L’operazione è avvenuta anche con incursioni via terra, che rappresentano la vera e propria novità rispetto ad azioni messe in pratica precedentemente, poiché i palestinesi hanno sfruttato a loro vantaggio l’impreparazione della prima linea di difesa israeliana, varcando il confine da Gaza. Al momento, dunque, alcune località israeliane di confine sono sotto il controllo di Hamas, dopo combattimenti che hanno coinvolto direttamente i civili, visto anche la cattura di alcuni prigionieri (si ritiene sia civili che militari) e sostenuti non solo da diversi media iraniani ma anche da Hezbollah, organizzazione libanese che controlla il territorio meridionale del Libano.
Nella mattinata, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si è rivolto alla nazione attraverso un videomessaggio, annunciando che il paese non sta affrontando una semplice operazione militare ma una vera e propria guerra per la quale “il nemico pagherà un prezzo altissimo”; infatti le forze israeliane hanno lanciato un’operazione, denominata “Spade di Ferro”, che avrebbe portato alcuni raid arei su Gaza e provocato delle morti (secondo Al Jazeera almeno 160 palestinesi) ma, attualmente, l’obiettivo primario resta recuperare il vantaggio che Hamas ha grazie all’effetto sorpresa del suo attacco, secondo molti attribuibile all’evidente impreparazione delle IDF (Israeli Defense Forces).
Storicamente non deve essere stata certamente una coincidenza che Hamas ha deciso di muovere questa controffensiva il giorno del cinquantesimo anniversario dalla guerra dello Yom Kippur, guerra in cui vi fu un massiccio attacco di Egitto e Siria nei confronti di Israele dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
Tuttavia, per meglio comprendere le reali cause del conflitto occorre spostarsi le lancette indietro di un secolo.
L’accordo di Sykes-Picot del 1916 fu un trattato tra l’Inghilterra e la Francia in relazione all’amministrazione delle zone del Medio Oriente a seguito della caduta dell’Impero Ottomano.
Infatti, la zona circostante Gerusalemme rientrava nell’influenza britannica, sancita a seguito della caduta dell’impero con il Mandato Britannico in Palestina, dal 1922 al 1948.
Tuttavia, prima di ciò vi è un ulteriore passaggio storico fondamentale che è la Dichiarazione di Balfour (dal dicembre 1916 all’ottobre 1919), che individua due importanti dichiarazioni dell’ex ministro degli esteri inglesi Arthur Balfour, indirizzate a Lord Walter Rothschild, che veniva visto come rappresentante del popolo ebraico. La lettera dichiarava che il governo britannico “vedeva con favore la creazione in Palestina di una nazione per il popolo ebraico”; la seconda dichiarazione Balfour del 1926 riconosceva i dominion autogovernati dell’Impero britannico come stati pienamente autonomi.
Da ciò si deduce il beneplacito occidentale verso il movimento sionista, nato nel 1987 e che aveva l’obiettivo di annientare il popolo palestinese. A ciò si aggiunga il ruolo svolto dall’impero ottomano e successivamente dalla neonata Turchia, che proprio in virtù di questo periodo di transizione necessitò di importanti quantità di denaro che ricevette proprio dalle sacche ebraiche che in massa, grazie al lasciapassare inglese, stavano entrando in Palestina.
L’estrema semplicità contadina e rurale del popolo palestinese gli si ritorse contro, poiché incapace di rivendicare la propria autodeterminazione, all’epoca non compariva neanche negli archivi dell’impero ottomano, sicché per l’Occidente fu una passeggiata far insidiare il nuovo Israele, figlio della Seconda guerra mondiale e del debito che la neo-nata Turchia aveva con quella popolazione. Di qui in poi seguirà la Guerra dei 6 giorni, poi la precitata Guerra dello Yom Kippur e la storia di un conflitto irrisolto in cui la situazione, agli occhi di chi scrive, è piuttosto semplice: vi sono un invaso ed un invasore, e in questa storia i cattivi siamo noi.
4 potenti alla fine Prima guerra mondiale e le Nazioni Unite al termine della Seconda hanno sostituito etnicamente un popolo, sfruttandone l’ingenuità e la semplicità.
La reazione di Hamas a 50 anni dalla guerra dello Yom Kippur è la rappresentazione della rabbia covata da un popolo, da mezzo secolo dimenticato e oppresso in casa propria, a causa di quei 4 potenti che 100 anni fa spartirono a tavolino le macerie dell’Impero Ottomano.
Il popolo palestinese è stato privato della cosa più importante, la sua Terra.
E le grandi potenze hanno fatto ciò emarginandolo sempre di più, rendendolo straniero in casa propria.
Questa reazione è naturale, fisiologica.
E per quanto il conflitto israelo-palestinese sarà sempre quello di un’élite contro popolo, così come la questione è nata, non c’è élite che tenga contro la rabbia di un popolo che è stato privato della propria Patria, non c’è Davide che perda contro Golia, e la Storia e il Mito lo insegnano.
Quello che sta succedendo in queste ore è la reazione premeditata di un popolo logorato in casa propria dal regime di apartheid di Tel-Aviv.
Da un punto di vista geopolitico questo è l’ennesimo conflitto della nostra catena a cui serve una miccia per esplodere.
Il Libano attraverso il proprio gruppo militare Hezbollah è già intervenuto a sostegno di Hamas, poiché la presenza del sionismo in Medio Oriente mette in pericolo qualsiasi altro popolo o religione, in quanto prevede la supremazia assoluta del popolo ebraico, individuato da Dio come il popolo eletto. A ciò si aggiungono le due guerre tra Israele e Libano, la prima nel 1982 a seguito di un’invasione israeliana volta a monopolizzare il Medio Oriente da un punto di vista religioso e la seconda del 2006.
Inoltre, nel quadro internazionale, il conflitto israelo-palestinese è per forza di cose collegato anche alla guerra tra Ucraina e Russia.
Israele, da sempre pedina degli USA in Medio Oriente, e la Palestina da sempre aiutata dalla Russia di Putin; insomma questo conflitto bene non fa al già clima molto teso che intercorre tra le due grandi potenze.
Inevitabile è poi collegare tutto ciò a quanto è accaduto in Armenia e Azerbaijan nelle ultime settimane.
Dopo gli ingenti attacchi del popolo azero, il popolo armeno è stato costretto ad abbandonare la regione dell’Artskah, regione a maggioranza quasi totalmente armena da sempre contesa tra i due popoli, in un gioco forza che ovviamente vede alle spalle dell’Armenia la Russia e alle spalle dell’Azerbaijan gli USA, i quali altro non vogliono che indebolire la Russia anche in Medio Oriente, e lo fanno utilizzando qualche famiglia azera presente nell’Artskah.
I conflitti geopolitici aperti sono molti, come sempre, ma sono tutti così intrecciati tra loro da rendere la situazione molto difficoltosa da risolvere internamente.
L’Europa dovrebbe smettere di eseguire i diktat d’oltreoceano e anzi, dovrebbe scendere in campo per porsi da mediatrice tra tutti questi conflitti, riguadagnando l’importante valore geopolitico che gli spetta e di cui è stata privata dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
Articolo a cura di Elvira Simonelli e Roberto Bonavoglia
