Rimandata a data da destinarsi la sperimentazione del nuovo sistema di allarme attivo sui nostri smartphone che sarebbe dovuta partire ieri, con l’inizio dell’autunno, anche nel Lazio. La sperimentazione è stata avviata lo scorso 12 settembre in Campania e Friuli Venezia- Giulia, e via via nelle altre regioni italiane, con questo iter: alle ore 12:00 del giorno stabilito i cellullari accessi e con connessione telefonica di coloro che si troveranno nell’area coinvolta, riceveranno un messaggio di test. L’obiettivo di questo progetto in via di definizione è quello di informare i cittadini che si trovino in un’area geografica che in quel determinato momento è coinvolta in una situazione che potrebbe rivelarsi pericolosa e di prendere le relative precauzioni; i fenomeni presi in considerazione dal sistema sono di varia natura e riguardano maremoto, collasso di diga, attività vulcanica, incidenti nucleari, incidenti in stabilimenti chimici, precipitazioni intense e dissesti idrogeologici.
Quest’operazione è coordinata dalla Protezione Civile nelle diverse unità presenti su tutto il territorio nazionale; è infatti dai computer delle diverse unità operative che partiranno i messaggi che arriveranno sui nostri smartphone per avvisare della situazione di emergenza grave nelle vicinanze.
Questo tipo di sistema precauzionale esiste già da anni, insieme a molti altri che allertano di altre situazioni emergenziali, negli Stati Uniti che, come spesso accade, si rivelano precursori e lungimiranti nella gestione delle situazioni. Sulla scia degli States si era mosso già nel 2018 il Parlamento europeo che aveva emanato la direttiva 1972/2018 con la quale aveva istituito il codice europeo delle comunicazioni elettroniche e introdotto il Sistema di allarme pubblico. In particolare la direttiva invitava gli Stati membri ad attivarsi affinchè in caso di gravi situazioni di emergenza, i fornitori dei servizi mobili di comunicazione interpersonale basati sul numero trasmettessero allarmi pubblici agli utenti interessati. L’Italia, nel recepire la direttiva comunitaria, si era mossa già nel 2019 emanando un decreto legge con il quale si sanciva l’obiettivo di garantire la tutela della vita umana tramite servizi mobili di comunicazione; poi ogni anno nuovi provvedimenti legislativi hanno perfezionato le modalità di funzionamento di tale sistema, andando a delineare anche il periodo di sperimentazione che durerà fino a febbraio 2024. È stato inoltre stabilito che per valutare la coerenza e la funzionalità del sistema il Dipartimento di Protezione civile debba confrontarsi con gli enti territoriali coinvolti nella singola attività rilevata come emergenziale, con gli operatori di telefonia e con il settore della Commissione per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi competente per la tipologia di rischio oggetto della fase della sperimentazione svolta.
Come ormai siamo abituati ad assistere, anche in questa occasione ci troviamo di fronte all’ennesimo caso in cui ci si è interrogati sul bilanciamento dei nostri diritti costituzionalmente garantiti e non solo: seppur sia stato chiarito, infatti ,che la rilevazione da parte delle cellule sentinella intacca solo la geolocalizzazione degli smartphone e, dunque,  non vi è alcuna violazione dei dati personali, i più scettici non hanno fatto a meno di notare che in realtà anche la collocazione geografica rappresenti un dato strettamente sensibile che viene violato senza il nostro consenso. Tuttavia, questa operazione si lega al principio per cui, riprendendo un vecchio brocardo latino “ubi maior, minor cessat”- per cui l’interesse della collettività finisce per sovrastare quello del singolo, il compromesso insomma a cui ognuno di noi scende per poter stare nella società, per una civile convivenza con gli altri consociati.

Articolo a cura di Mariafrancesca Pepe.

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