Perchè “bravo” non significa “buono”: la lezione che ci lascia l’ “ultima ora di un uom fatale”.
Ei fu.
Ormai trenta giorni fa, concludeva la sua parabola terrena Silvio Berlusconi.
Difficile riassumere in poche righe, descrivere in poche parole, ciò che il Cavaliere ha rappresentato per l’Italia e per gli italiani in oltre sessant’anni di vita attivamente spesi fra imprenditoria, sport e politica.
Rivoluzionario può, a ragione, essere una di queste. Pochi altri termini potrebbero prestarsi meglio per definire il padre della televisione commerciale, il presidentissimo capace di portare un club rilevato sull’orlo del fallimento a diventare il più vincente della storia, l’uomo capace, con il suo stile comunicativo innovativo e la gestione simil-societaria del partito politico da egli fondato, di generare la c.d. “Seconda Repubblica” ed un nuovo modo di fare politica con la propria discesa in campo.
Volenti o nolenti, condividendo o meno ideali e modus operandi contraddistinguenti la sua persona, in qualità di appassionati sostenitori o ferventi oppositori, tutti, nell’arco della propria vita, hanno dovuto interfacciarsi con la figura di Silvio Berlusconi.
Positive o negative che fossero, il Cavaliere può certamente essere definito come l’uomo delle emozioni, capace, con il suo dinamismo intellettuale, attraverso la sua sconfinata ambizione, una gran forza di volontà e l’innovativo stile comunicativo che da sempre lo aveva accompagnato nelle sue dichiarazioni pubbliche –oltre a costituire la base di uno dei suoi business principali-, di dividere gli italiani in vincitori e vinti, gioiosi e afflitti, attraverso la vittoria di una Champions League, la conquista della maggioranza di governo o la scelta dell’uno o dell’altro palinsesto.
Divisivo. Ecco un’altra parola che certamente può appieno descrivere Silvio Berlusconi, capace, attraverso la sua costante e mai banale onnipresenza in tutti gli ambiti di maggior rilievo della nostra società, di trasformare l’altrui percezione di sé in una vera e propria idea, un concetto astratto racchiudente entro sé la somma dei leitmotiv alla base dei vari interessi coltivati e perseguiti da Berlusconi nell’arco della sua esistenza, una sorta di file rouge idoneo a sintetizzare la complessità della personalità del Presidente e le differenti attività in cui la stessa si declinava.
Un’idea condivisibile o meno, ma certamente impossibile da ignorare; un’idea continuamente commentata e valutata da ciascuno, e attraverso la quale –come suggeriva Francesco Oggiano nelle ore immediatamente successive la scomparsa di Berlusconi- più o meno consapevolmente, ognuno, ora per identificazione, ora per contrapposizione, ha definito anche sé stesso.
Emettere un giudizio che, più o meno univocamente, possa contestualmente contrassegnare la sfera privata e pubblica, la dimensione contemporanea e storica, di una figura tanto decisiva quanto divisa come quella di Silvio Berlusconi, oltre che essere compito assai arduo, non è il fine ultimo di questo scritto.
Troppi gli elementi da dover necessariamente tenere in considerazione, troppe le variabili da dover analizzare, troppo soggettive le analisi da dover effettuare per poter pretendere di giungere ad un risultato finale capace di mettere tutti d’accordo.
D’altronde, quale che sia l’ambito di riferimento, quando si decide di scendere in campo -specie in quei settori in cui, per l’una o per l’altra ragione, assai rilevante risulta rivelarsi il consenso delle masse- una delle prime conseguenze da mettere in conto è quella di dover individuare una serie di idee, di ideali, di valori da identificare come propri e difendere con tutte le proprie forze; è necessario, in parole spicciole, esporsi, uscire dalla confort zone rappresentata dalla possibilità di non dover necessariamente esternare le proprie intime e personali considerazione al fine di, al contrario, metterle in pubblica piazza cercando di renderle il più convincenti possibili così da accalappiarsi nuovi proseliti.
E sacrosanto deve necessariamente considerarsi il diritto di chicchessia non solo di prendere le distanze da tali idee e di non condividerle, bensì, ove opportuno e necessario, anche di confutarle e criticarle aspramente.
Necessario, tuttavia, risulta essere un doveroso nonché opportuno senso dell’equilibrio. Controproducente, oltrechè pericoloso, è confondere l’esercizio di un diritto con il suo abuso, sviante è ricoprendere nella definizione di libertà quella che in realtà è mera e pura anarchia.
Divisivo, Berlusconi, lo è stato fino alla morte, ed anzi proprio il momento della sua dipartita ha rappresentato lo scenario in cui nella maniera più netta ed evidente, tale caratteristica del suo personaggio è emersa maggiormente. E’ proprio nelle ore immediatamente successive il decesso del Cavaliere, infatti, che si è assistito ad una delle più nette divisioni dell’opinione pubblica che possano essere ricordate. Che si trattasse di talk show o trasmissioni televisive di varia natura e finalità, ovvero che il tutto si svolgesse nel chiassoso e disordinato “salotto” dei social network, un aspro dibattito, per certi versi senza precedenti, fra sostenitori e oppositori, fra dolenti e festanti, fra adulatori e accusatori del defunto ha dominato la scena fino all’esecuzione dei funerali di Stato riservati all’ex Presidente del Consiglio dei Ministri, a margine dei quali, fra folle di individui addolorati, non sono mancati episodi di contestazione. A chi ne ricordava con fare quasi devoto i successi imprenditoriali e politici, si contrapponevano coloro i quali preferivano portare i conti dei suoi –pochi, a dire il vero- fallimenti; a chi ne lodava talune qualità caratteriali se non vere propriamente umane, si affrettava a contrapporsi chi, anche citando le note vicende giudiziarie che hanno accompagnato il Cavaliere lungo tutto l’arco della propria esperienza politica, oltreché a ridimensionare la figura politica ed imprenditoriale intendeva recare una portentosa offensiva alla considerazione che i più riservassero al Berlusconi “uomo”, privato cittadino.
Ed è proprio muovendo da una critica analisi e valutazione di tali episodi che talune considerazioni precedentemente riportate possono trovare maggior chiarezza ed una più esaustiva spiegazione.E’ opportuno ribadirlo: non è intenzione di chi scrive fornire una personale considerazione sulla persona di Berlusconi, né tantomeno lodarne l’operato in qualità di imprenditore, uomo di sport, politico, o nella sfera privata. Troppo soggettive, come dicevamo poc’anzi, risultano essere le considerazioni che, per fornire una risposta a tale interrogativo, dovrebbero essere affrontate, e –soprattutto e come credo sia naturale per un tal personalità- a dir poco impossibile risulterebbe cercare un unanime parere su un uomo che, essendosi esposto, essendo sceso in campo in svariati “delicati” settori della società, a tanti proseliti non può che veder contrapposti altrettanti antagonisti.Tuttavia, non tutto può essere opinabile; non tutto, nella valutazione del singolo operato ovvero della totale esistenza di un determinato individuo può essere oggetto di soggettive, e dunque personali, opinioni.Onestà intellettuale –e, verrebbe da aggiungere, assenza di secondi fini/malafede- implica che le considerazioni personali, attinenti la sfera morale ed ideale di un determinato individuo, non vadano ad influenzare né tantomeno a sovrapporsi/contaminarsi sulle valutazioni attinenti ad oggettivi e/o insindacabili successi/risultati ottenuti dallo stesso. Certo, non necessariamente “il fine giustifica i mezzi”, ma al contempo il giudizio attinente il materiale risultato ottenuto deve essere autonomo e svincolato da quello riguardante l’eventuale contegno poco “corretto”, per usare un eufemismo, adottato per la sua realizzazione; sinteticamente: altro è il giudizio su un risultato ottenuto, necessariamente da esprimere in maniera oggettiva e senza influenza ideologica o personale alcuna, altro è il giudizio personale, necessariamente da formulare facendo ricorso a valori e metri strettamente soggettivi, che invece è destinato alle modalità attraverso le quali tali oggettivi risultati positivi/successi siano stati raggiunti.“Bravo”, dunque, non significa “Buono”; lodare i successi di un individuo non significa, necessariamente e consequenzialmente, apprezzarne la sfera personale né tantomeno aderire alla sua personale schiera di valori; non è frutto di un ragionamento logico, dunque, né tantomeno corretto, cercare di contestare la moralità ovvero la correttezza di un’individuo attraverso una distorta e mistificatoria descrizione dei suoi successi.Non è altresì accettabile, inoltre, che il perseguimento della volontà di “fare luce” su determinati aspetti dei costumi altrui porti a mettere in secondo piano, de facto scordandosene, talune corrette abitudini che, oltre a presumersi appartenti alla propria sfera morale, certamente costituiscono fondamenta della morale pubblica. Che Berlusconi, nell’arco della sua lunga e burrascosa parabola terrena, abbia rappresentato una figura particolarmente intricata, se non ambigua, è certamente fuori discussione; che altrettanto scontato ed incontestabile non si sia rivelato il rispettoso silenzio dei suoi antagonisti in determinati contesti e momenti socialmente destinati alla commemorazione del defunto e alla celebrazione della sua memoria -ovverosia i giorni successivi alla scomparsa del soggetto in questione, chiunque egli sia, e quello in cui si celebrano i suoi funerali- ha rappresentato un’amara constatazione.E si badi bene, non per via dell’identità del defunto, bensì per la dolorosa presa di coscienza di una deplorevole mancanza di tatto, di savoir faire, di moralità, verrebbe quasi da dire di educazione, di una consistente componente della società.
Ei fu, dunque, ormai un mese orsono.Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.Che si sia trattato di un buono o di un cattivo, di un onesto o di un disonesto, di un individuo meritevole o meno di stima e rispetto, indubbio è l’oggettivo dato di fatto che sia trattata dell’ ultim’ora di un uom fatale; il suo operato, la sua eredità politica ed intellettuali sono ormai stati consegnati alla Storia; ci sarà modo e tempo di avventurarsi in quell’ingrato compito di ricercare un’univoca ed oggettiva sintesi di ciò che Berlusconi ed il berlusconismo abbiano rappresentato per l’Italia e gli italiani; ce ne vorrà molto, di tempo, per poter analizzare con lucidità la complessa personalità di Berlusconi, riuscendo forse a comprendere definitivamente se sia stato un buono od un cattivo, un illuminato ovvero un attento calcolatore senza scrupoli.Resta, purtroppo, il dispiacere di aver assistito all’incapacità di una parte di popolo di sotterrare le eventuali asce di guerra e ammainare le proprie idee –contrapposte con quelle del soggetto in questione- rendendo così l’onore delle armi ad un simbolo, un’idea, che per quanto contrapposta alle proprie non è stata possibile ignorare –avendo, al contrario, contribuito, seppur per contrapposizione, al rafforzamento delle proprie convinzioni-; resta, altresì, l’indelicatezza dell’altra fetta della popolazione, quella dei “supporter”, rilevantesi incapaci di riservare al proprio “ leader” un commiato spassionato e disinteressato tale da non sfociare nella strumentalizzazione e nella propaganda. Infatti, bisogna tenere distinti la tutela e la celebrazione della memoria di un defunto, dall’ utilizzare le gesta e le vicende personali di quest’ultimo per veicolare messaggi ed ideologie faziose, che mal si conciliano con uno spassionato encomio di una personalità ritenuta meritevole di stima ed elogi al merito. Dunque, si è constatata l’immaturità di una fetta di popolazione incapace di comprendere come “bravo” non significhi “buono”, come lodare taluni oggettivi risultati capaci di dare lustro ad un’intera nazione non equivalga, automaticamente ,ad una celebrazione dei valori, del modus operandi, delle qualità personali di colui il quale tali risultati abbia conseguito;resta il dato di fatto che la spoglia immemore passata a miglior vita un mese fa, nel bene e nel male, costituisce, assieme alla sua eredità intellettuale e nell’immaginario pubblico, una dettagliata ed oculata rappresentazione dell’Italia e degli italiani dell’ultimo trentennio.
Articolo a cura di Giuseppe Vito Distefano
