In realtà che si potesse assistere a qualcosa di straordinario lo si era intuito da un po’.
Certo, non dall’inizio; e di certo le premesse non erano delle migliori.
È stata un’estate movimentata, la scorsa, per il Napoli e i suoi tifosi.
E del resto, non può che essere così quando si deve salutare gente a cui si vuole bene.
Premessa: non era morto nessuno, ma un pezzo di storia fra i più importanti della vita del club era ormai stato destinato al passato.
“A16”, questo era il coro più ricorrente in quel di Dimaro Folgarida , abituale sede della preparazione estiva del Napoli.
I tifosi, e questa non è una novità, contestavano il loro presidente Aurelio de Laurentis (invitandolo, attraverso la citazione della nota tratta autostradale a dedicarsi esclusivamente all’altra società calcistica di proprietà della famiglia, il Bari, vendendo il Napoli a qualcun altro); questa volta, probabilmente, più comprensibilmente delle altre.
Non è mai facile, dicevamo, riporre nel cassetto dei ricordi momenti che tanto avevano fatto sognare, e uomini che quei sogni avevano reso possibili; eppure era questo ciò che accadeva, nel momento in cui nel corso della stessa sessione di mercato salutavano contestualmente gli azzurri gli ultimi protagonisti di quel ciclo, di quella squadra, che tanto aveva appassionato il popolo napoletano e non solo.
“Ciro” Mertens, capitan Insigne, Fabian Ruiz, Ospina, Koulibaly, Malquit, Petagna, Ghoulam, erano ormai andati, e con loro (o almeno così sembrava) le residue speranze di tornare a sollevare il tricolore, per la prima volta dopo Diego.
La ventata fresca di gioventù portata con la linea verde che ha caratterizzato la campagna acquisti della scorsa estate napoletana non sembrava di certo in grado di garantire un successo immediato, né tantomeno l’abbassamento del monte ingaggi ordinato dal patron poteva essere sinonimo di ambizioni di grandeur.

Dicevamo, tuttavia, come in realtà si fosse intuita da parecchio la potenziale storicità di questa stagione; sarebbe facile individuare il 5-1 del 13/01/23 inflitto alla Juventus come ultimo e decisivo indizio; in realtà già dall’inizio della stagione si era potuta ammirare una squadra diversa da quella del recente passato: libera di testa, senza pressioni, divertente e vogliosa di divertirsi, capace di imporre il proprio calcio partita dopo partita, consapevole dei propri punti di forza ma senza abbandonarsi a quei facili voli pindarici spesso presagio di nefasti fallimenti.

È stata certamente la vittoria del collettivo, un successo utile e individuabile come esempio non solo da un lato prettamente tecnico-sportivo, bensì anche manageriale, societario e sociale.

Certo, magari non starà simpatico a tutti, e a dire il vero, non è che abbia mai fatto granché per evitarlo, ma certamente Aurelio De Laurentiis è uno dei principali protagonisti di questo storico successo.
Dopo aver rilevato la società nel lontano 2004 nell’inferno dell’allora serie C1, senza mai fare il passo più lungo della gamba e dando origine a progetti e gruppi sportivi assai validi ed interessanti (soprattutto, a dire il vero, sbagliando di rado la scelta dei professionisti a cui affidarsi) , è riuscito, dopo aver riportato il Napoli stabilmente fra le big del campionato e vinto i primi trofei dall’”Eldorado maradoniano”, a sfatare l’ultimo tabù ereditato dall’epoca della presidenza Ferlaino, riportando a Napoli il tricolore. Il tutto non solo riuscendo a non indebitare la società, ma addirittura ad abbassarne le spese ed i costi proprio nell’anno del “miracolo”.
Un anno nel corso del quale, per essere onesti, decisivo è soprattutto apparso il basso profilo adottato dal presidente fino a qualche settimana fa, prima che la consapevolezza di avere il traguardo a pochi passi da sé lo portasse a “riproporre” la sua verve polemica spesso grande limite per le ambizioni della squadra.

È certamente la vittoria della gavetta, della pazienza, della perseveranza, della progettualità, della fame e della voglia di scrivere la storia, declinando, ça va sans dire, calcisticamente il tutto.
È la vittoria di Cristiano Giuntoli, capace, dopo la favola Carpi, di far compiere quell’ultimo step di crescita ad una società già parecchio strutturata, rimanendo fedele alle sue idee e alla sua filosofia.
È la vittoria di Luciano Spalletti, allenatore più anziano della storia del nostro calcio a laurearsi campione d’Italia per la prima volta, finalmente capace a sua volta di accantonare il suo stile comunicativo e approccio polemico, così da raggiungere e conquistare la vetta dopo una carriera di enormi soddisfazioni e risultati ma, fino a qualche giorno fa, da eterno secondo.
È la vittoria del gruppo (il primo, dalla stagione 1951/52, a laurearsi campione d’Italia senza che nessuno dei suoi membri lo avesse mai fatto prima) , con fame e umiltà, e memore della gavetta affrontata dalla stragrande maggioranza dei suoi componenti, capace di ribaltare i pronostici della vigilia e reggere le mai semplici pressioni derivanti dalla lotta per il titolo.
È la vittoria di un popolo, quello napoletano che, di che se ne dica, vive per la propria squadra di calcio e da trentatré anni aspettava questo momento; un sogno bramato, sperato, desiderato, che partita dopo partita ha iniziato a prendere forma e a diventare realtà.
Infatti, da quando è iniziata la volata della squadra verso la vetta della classifica, la città di Napoli ha preso vita molto di più di quanto non ne avesse già, e ogni vicolo, ogni strada è diventata un tripudio di colori, primo fra tutti l’azzurro. Quest’aria di festa, questa voglia di riscatto e di allontanare quei luoghi comuni di cui Napoli è sempre stata macchiata, è andata ben oltre lo sport: ha contagiato il cinema, la musica, l’intrattenimento, l’arte -Mare fuori, i trend di tik tok, Malatìa, Origami all’alba- sono solo alcuni esempi di come la città del sole sia esplosa in tanti ambiti diversi e di come sia diventata un polo attrattivo e di riferimento non soltanto per la sua bellezza, ma anche per tanto altro.
Basti pensare a come dei murales, più fra tutti quello dedicato a Diego Armando Maradona, abbiano riqualificato una zona della città come quella dei Quartieri spagnoli -da sempre tristemente conosciti per l’alto tasso di criminalità che ivi si concentrava- ridandole dignità e rendendola un’attrazione di cui i turisti non possono fare a meno.

Ma, potenzialmente, il meglio potrebbe ancora dover venire.
Mai come quest’anno, infatti, la vittoria dello scudetto da parte di una società potrebbe rappresentare un cruciale crocevia per la storia del calcio italiano: il Napoli, infatti, è una squadra tecnicamente valida, con i conti in ordine e, per la prima volta dopo tantissimo tempo, riabituatosi alla vittoria. Ci sono, insomma, tutti i presupposti per aprire un ciclo. Tuttavia, ad un De Laurentiis che, probabilmente ancora prima di realizzare ciò che fosse successo, già annunciava come al Napoli manchi ormai solo di “rivincerlo, rivincerlo, e rivincerlo ancora” magari puntando alla Champions League, fanno da contraltare le parole di un Lobokta che, in tempi non sospetti, candidamente riconosceva quanto potrà essere difficile la permanenza all’ombra del Vesuvio di tutti i protagonisti di questa cavalcata, nonché i rumors che vedrebbero il direttore Giuntoli lontano dalla città partenopea per abbracciare il progetto Juventus.
Il tutto senza che mister Spalletti abbia ancora avuto modo di esprimersi circa il suo futuro.
Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.
Decisive saranno, al netto delle eventuali partenze non per forza da bollare come nefaste (nell’opinione di chi scrive, infatti, spesso il vero segreto per alimentare un ciclo è cambiare alcuni degli interpreti), le ambizioni della società e la voglia di quest’ultima (sempre senza eccedere nei costi) di provare a normalizzare una vittoria già destinata alla leggenda.

Articolo a cura di Giuseppe Vito Distefano e Mariafrancesca Pepe

Un pensiero su “Da “A16” a “+16”: NAPUL3 CAMPIONE D’ITALIA”
  1. […] https://www.ateneonews.it/2023/05/08/da-a16-a-16-napul3-campione-ditalia/ ) ; proprio per questo non si può che lodare un’impresa già di per sé storica, frutto dell’eccezionale lavoro di tutti i protagonisti.È la vittoria del DS Giuntoli, ancora una volta dimostratosi straordinario scopritore di talenti, del mister Spalletti ( capace tanto di valorizzare alcuni giocatori già presenti in rosa ma meno brillanti durante altre gestioni quando di far esplodere alcuni gioiellini messigli a disposizione), di un gruppo unito, maturato rispetto al passato e determinato a scrivere la storia, nonché del presidente ADL, bravo a rimanere fedele alle proprie idee e, soprattuto, ad evitare le sue plateali esternazioni prima della matematica certezza del traguardo.Lasciano un po’ l’amaro in bocca la mala uscita dalla Coppa Italia contro l’underdog Cremonese ed un doppio confronto di Champions contro il Milan giocato, forse, con eccessiva pressione addosso.Dispiace, soprattutto, constatare l’eccezionalità del basso profilo adottato dal presidente, tornato alle vecchie abitudini comunicative e la presa di coscienza, alla luce dei tanti addii in parte già annunciati ed in parte prevedibili, della chiusura di un ciclo che avrebbe potuto regalare ancora parecchie soddisfazioni al popolo partenopeo. […]

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