Premessa: con il seguente articolo non si ha assolutamente intenzione di esprimere una propria opinione personale, né tanto meno di ricostruire la vicenda storica in sé considerata.
Non è nelle intenzioni di chi scrive stabilire chi ha torto e chi ha ragione, chi dice il vero o chi dice il falso; semplicemente si cercherà di ricordare un fenomeno centrale della storia della nostra nazione, riportando tutti i punti di vista, cercando di restituire a tale ricorrenza lo spirito con il quale -secondo cui scrive- dovrebbe essere concepita.

Il 25 Aprile è una celebrazione nazionale che commemora la Resistenza partigiana che ha portato alla liberazione dell’Italia nel 1945.
Inizialmente composta da poche migliaia di uomini, la Resistenza assunse consistenza grazie alla vasta partecipazione di operai, contadini e dei giovani renitenti alla leva della Repubblica di Salò che portarono nell’esercito partigiano circa 300.000 persone.

Ad ingrossare le fila delle truppe partigiane c’erano combattenti di diverso orientamento politico. Dalle figure carismatiche dell’antifascismo ad ex militari pentiti di aver servito l’esercito; da giovani ragazzi a donne di tutte le classi sociali.
Non si trattava, quindi , di un esercito omogeneo, benché strutturato in divisioni e comandi, ma più che altro di una realtà combattente in cui era fondamentale il rapporto con il territorio, dalle montagne alle strade e ancora le fabbriche delle città.

La Resistenza partigiana nasce, dunque, come strumento attraverso il quale persone dalle ideologie fortemente discostanti rispetto a quelle espresse dal governo di allora -in un contesto storico certamente più favorevole rispetto a poco tempo prima- cercavano di diffonderle e di renderle egemoni.
Nel momento in cui un regime (certamente, ex sé, forma di governo “meno democratica” rispetto ad altre), messo alle strette da fattori bellici sfavorevoli e dopo aver assunto (a causa dell’adesione , in parte volontaria ed in parte forzata, ad un asse politico-militare assai radicale) politiche sociali ed etniche deplorevoli, cercava, anche violentemente, di conservare il proprio potere, la
Resistenza Partigiana, profittando del momento di debolezza del governo, sorgeva in contrasto a quest’ultimo.
Prescindendo dalle personali considerazioni ed ideologie politiche di ciascuno, certamente non si può che ritenere nobile lo sforzo ed il coraggio di un gruppo di cittadini disposti a difendere i propri ideali, volenterosi di affermarli, e disposti per ciò a pagare il prezzo più esoso: la propria vita.

“Era giunta l’ora di resistere; era giunta l’ora di essere uomini.
Di morire da uomini per vivere da uomini”.
(Piero Calamandrei)

Come si suol dire, tuttavia, “la storia la scrivono i vincitori” -come ricorda Nonno Dino-; ma accostandosi criticamente e con metodo storico all’analisi di un determinato fenomeno, non è possibile esimersi dal ricordo delle sue criticità e di alcune “defaiance”.

Nel momento in cui un movimento, un’ ideologia, inizia ad estendersi da pochi idealisti a molti proseliti, necessariamente vede, in parte, venir meno la ferma coerenza e il rigoroso rispetto dei valori e dei programmi che l’avevano fondata.
Se da un lato è necessario ammirare o quantomeno riconoscere il valore di quei “veri ed originari” partigiani caduti in difesa e a sostegno delle proprie battaglie, non si può dimenticare la moltitudine di italiani, estranei a queste vicende, periti a causa della cieca ira teutonica indotta da attacchi partigiani di cui nessuno si assunse la paternità, sfociati poi in rappresaglie.
Si pensi alle “fosse ardeatine”, in cui in rapporto 1:10 morirono 335 italiani al fine di “vendicare” la morte di 35 tedeschi causata da un attacco partigiano.

È bene ricordare, inoltre, come la strumentalizzazione della Resistenza Partigiana e della figura del partigiano stesso sia in realtà un fenomeno contemporaneo alle vicende in questione: tanti furono infatti i personaggi “senza infamia e senza lode” che, intuito l’esito che la guerra avrebbe avuto, ritennero saggio, per questione di opportunità, salire sul carro dei vincitori, inflazionando e sminuendo così un’ideologia ab origine pura e mossa da sincere intenzioni.

Infine è opportuna una precisazione: pur senza trascurare o sminuire l’utilità, specie nelle regioni settentrionali, dell’attività partigiana al fine della cacciata delle truppe naziste e della riappropriazione del territorio nazionale, si ricordi che la liberazione nazionale risulta essere conseguenza del contributo e dell’attività di plurimi soggetti,
e non è veritiero parlare di liberazione senza ricordare il contributo delle truppe alleate.

In conclusione: dopo quasi 80 anni dal termine del conflitto, ha ancora senso sindacare sull’azione partigiana?
Ha ancora senso accostarsi al 25 Aprile con uno sguardo rivolto verso il passato, cercando un pretesto per intraprendere anacronistiche, arcaiche, inutili discussioni che non hanno più motivo di esistere?
Ha senso riesumare dall’armadio della storia scheletri polverosi, incarnazione di fenomeni nati, sviluppatisi, e sopratutto conclusisi in un’epoca storica ormai remota, caratterizzata da un contesto bellico che la maggioranza dell’odierna popolazione fortunatamente non ha mai conosciuto, per favorire sterili polemiche fini a loro stesse?

Il giorno che rappresenta l’anniversario della liberazione d’Italia non può che fondarsi sul ricordo di tutte quelle vicende storiche che hanno condotto alla nazione che oggi conosciamo.
“Historia magistrae vitae”, ed accostandoci “hegelianamente” alla visione della storia come un susseguirsi razionale di fatti, nè giusti, nè sbagliati, ma semplicemente necessari per condurre la storia stessa ad assumere le caratteristiche che contraddistinguono il momento in cui viviamo, è necessario ricordare quanto stia alla base dell’ordinamento nel quale viviamo, cosa abbia portato alla realizzazione della “Costituzione più bella del mondo” che fonda la nostra Repubblica.
Una Costituzione che ha “regalato” al popolo Italiano tre fondamentali valori: Libertà, Democrazia e Unità.
Che il 25 Aprile, dunque, possa essere occasione in cui tutti gli italiani, di tutti gli schieramenti politici, di tutte le ideologie, possano orgogliosamente e patriotticamente vantare, ricordare, e rivendicare i valori su cui il proprio Stato si fonda, senza sfociare nel nostalgico passato e volgendo lo sguardo al futuro.
Che il 25 Aprile rappresenti motivo di condivisione di opinioni, occasione per festeggiare ed apprezzare l’Italia democratica, libera (da occupazioni straniere e qualsivoglia ideologia estremista) e unita (territorialmente e intellettualmente, intorno ai valori su cui il nostro ordinamento si fonda).

Articolo a cura di Martina Lattanzio e Giuseppe Vito Distefano

Un pensiero su “Anniversario della Liberazione d’Italia:trionfo del Partigiano o patriottico vanto?”
  1. Complimenti per l’articolo! La sagace e pungente penna di Martina e di Giuseppe ha evidenziato i meriti ma anche, in modo molto critico, i limiti di un periodo storico che ancora oggi suscita in molti profondo sentimentalismo piuttosto che lucida analisi.

    lo credo che sia arrivato il momento di ricordare che la Resistenza non è stata una guerra di liberazione ma una *guerra civile tra italiani*: chi combatteva per un ideale più nobile e chi per una feroce dittatura, ma comunque entrambi gli schieramenti composti da nostri nonni e bisnonni, da italiani.

    Permettetemi di approfittare anche per ricordare con questo messaggio i veri liberatori dal nazifascismo: gli Americani. Migliaia di ragazzi che, a poco più di vent’anni, sono venuti qui dall’Atlantico per restituirci la libertà. Per citare il mio amico On. Andrea Ruggieri, direttore responsabile de Il Riformista: grazie, ragazzi Americani, che nulla ci dovevate ed a cui noi tutto dobbiamo.

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