È con questa citazione di papa Francesco che Enzo Fortunato apre la sua ultima opera editoriale, “Processo a Francesco”, presentata qualche giorno fa nel nostro ateneo. Il libro si concentra sulla figura di San Francesco d’Assisi, analizzando la sua vita, la sua spiritualità e la sua eredità. Accuse e critiche sono state un filo rosso nella vita del Santo poverello: un messaggio rivoluzionario, il suo, che ha lasciato e lascia ancora, nella pastorale del Santo Padre Francesco, un segno indelebile.

Oltre a toccare la dimensione religiosa, padre Enzo non dimentica il tema, quantomai laico, del giusto processo. L’autore francescano, infatti, ci invita a riflettere sui lasciti di San Francesco al mondo del diritto: maggiore ascolto e umanità nei processi giudiziari.
La vicenda di San Francesco testimonia che la giustizia non è solo una questione di leggi e macchinose procedure ma intrisa, soprattutto, del rispetto dei diritti umani e della dignità della persona.

La vibrante forza di questa idea è stata ribadita anche dal magistrale intervento del Viceministro della giustizia, Francesco Paolo Sisto: “Un processo è ingiusto quando nessuno ascolta l’imputato”.

Ma risulta complesso perimetrare il messaggio francescano nella singola branca del diritto e nell’immaginario religioso, dato che sconfina in una proposta ideale di società.
“Gli umili di Dio possono accusare, possono puntare il dito, possono giudicare?”. La domanda chiude il libro ma apre all’idea di una collettività che non punti immediatamente il dito contro il presunto colpevole.
Del resto, la società come può giudicare e persino condannare, con le proprie contraddizioni interne, un uomo, come avviene spesso in occasione di campagne mediatiche infamanti volte a colpevolizzare l’imputato non ancora condannato?
La risposta al quesito parte da noi. Riusciremo a rispondere in maniera appropriata soltanto recependo l’augurio, di socratica memoria, rivolto da padre Enzo, ad essere “veri, utili e gentili”.

Articolo a cura di Giacomo Curci.

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