“Come intitoleresti questo capitolo della tua vita?”
È una domanda a cui mi son trovato a rispondere nella notte del 10 marzo; è stato strano, la parola è uscita dalla mia bocca dopo pochi secondi e questa parola è stata “paura”.
Poi, tornato a casa ci ho ragionato sopra e sono arrivato alla conclusione che potrebbe essere il titolo non di un capitolo della vita, ma il possibile titolo della vita stessa.
Ma paura di che?
Facciamo un passo indietro a quello che è comunemente definito come il più bel giorno della vita di ogni persona, si viene al mondo e da lì inizia un percorso tanto meraviglioso quanto complicato: la vita.
La paura in quel momento esatto non è in noi, ma è presente in varie sfaccettature tra le sensazioni dei nostri genitori: paura di come crescerà il bambino, ansia di dover proteggere il proprio figlio, paura che soffra nel corso della vita e tantissime altre sfumature di questa che non posso ancora conoscere visto che non sono genitore. Poi, però, cresciamo e questo sentimento inizia ad abitare anche dentro di noi, infatti, più si va avanti negli anni e più, volenti o nolenti, si radica dentro.
Nei primi anni della nostra vita la paura che proviamo è educativa, relativa alla nostra “non conoscenza” del mondo, del resto, chi non ha mai avuto paura del buio? E chi, di contro, non ha imparato che non c’è nulla di cui aver paura grazie a mamma o a papà che erano lì ad accendere la luce?
Poi arriva la doppia cifra sulle candeline del compleanno, e da lì a qualche anno le paure mutano, inizia il primo vero contatto con il mondo esterno, i primi approcci nella sfera dell’amicizia, le prime esperienze, le prime delusioni.
È proprio in questo momento, in cui ci immergiamo in un mondo di cui non conosciamo nulla, che la paura inizia a radicarsi dentro di noi. Tutto è nuovo e il nuovo spaventa.
Ma è ancora una paura “bella”, e ciò deriva dal fatto che questa novità ci fa provare una sensazione di adrenalina, che si tramuta in voglia di scoprire il mondo e in qualche modo ci fa andare avanti.
Dai 13 ai 17 anni circa viviamo in una bolla, in cui iniziamo ad accettare questa gigante novità che è il mondo, iniziamo ad apprezzarne le sfaccettature e a capire come poterci approcciare a questo; in questo frangente di tempo la paura è vinta dalla voglia di scoprire, dalle bellezze che la vita ci mette davanti agli occhi, dagli amici, dai primi amori, dallo sport e, perché no, dagli interessi più profondi verso la scuola.
Ora, però, arriva il momento critico, non siamo più adolescenti, iniziamo ad approcciarci al mondo dei “grandi” ed è tutto così bello. Il compleanno dei 18 anni con tutti i nostri affetti intorno, la sensazione di essere padroni del mondo, pensiamo che il mondo sia proprio quello e invece no, sorpresa erano solo ormoni impazziti misti ad incoscienza ed è proprio qui, ahimè, che inizia la parte difficile.
Iniziano le domande: “Che farò una volta finita la scuola?” “Mi sposerò mai?” “E il lavoro?” “Riuscirò ad essere felice nella vita?” “E i soldi, la casa, la macchina?”
Non ci credo se mi dite che non vi siete mai fatti, nemmeno una, di queste domande.
Il minimo comune denominatore di questi interrogativi? La Paura.
In ognuno di essi c’è una dose più o meno grande di paura, ma ancora una volta, è una paura positiva.
Lo so, sembra strano questo ossimoro, ma invece è proprio così, se non avessimo paura non ci porremmo tali domande e non saremmo spronati nel cercare di dare delle risposte.
Risposte che per una volta non possono che derivare da noi stessi, stavolta nessuno ci potrà suggerire o proteggere.
Ed ora che magari abbiamo fatto le nostre scelte per il futuro, abbiamo deciso a quale facoltà iscriverci o magari di non iscriverci affatto, arriva il più alto punto di contatto fra noi e la paura con la “P” maiuscola: le responsabilità.
Fermatevi un secondo a ragionare, questi due concetti sono due facce della stessa medaglia, un po’ come il serpente che si morde la coda; infatti, più responsabilità abbiamo e più abbiamo paura di fallire, e di contro, per paura di fallire ci responsabilizziamo; è un cerchio perfetto.
Ma con tutte questi concetti dove possiamo arrivare? Ovviamente ognuno trae le proprie conclusioni, magari non si arriva da nessuna parte o magari sono stati dei buoni spunti di riflessione.
Il mio pensiero? La paura è in noi, sarà sempre con noi e possiamo vederla in tutto, ma è bellissima.
Serve tempo per capirlo ma la paura della vita, precisamente la paura che la vita finisca, è ciò che non ci fa rimanere bloccati, è ciò che ci spinge a fare sempre qualcosa di nuovo e a dare il massimo.
Una volta, parlando con un mio amico, questo mi disse: “Nella vita voglio fare qualcosa per sopravvivere alla morte, voglio che la gente si ricordi di me anche quando non ci sarò più”.
Se analizzate bene questa frase, capite quanta genuina paura c’è dietro; sarà proprio la paura di non farcela che lo spronerà ad arrivare allo stremo delle forze per perseguire questo risultato.
La mia conclusione? La paura è bella, è ciò che caratterizza la maggior parte della nostra vita e ci permette di apprezzarla perché sappiamo che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e proprio per questo siamo spinti a vivere una vita degna di questo nome; ma attenzione, se la paura non è accompagnata da un forte senso di responsabilità, da una morale, dall’intelligenza, dal coraggio sarà l’elemento che ci farà sprofondare nell’oblio.
Articolo a cura di Federico Pieretti.
