La maggior parte delle volte ci si perde dietro a quello che può essere un profilo Instagram, ci si maschera con la miriade di filtri esistenti fino a diventare quasi irriconoscibili, ci si confonde al punto da credere vero ciò che in realtà è solo finzione. Insomma, viene completamente smarrita l’effettiva concezione del reale, ritrovandosi a vivere all’interno di una bolla fatta di pure fantasie o menzogne.
E’ ormai consolidata e rafforzata nel tempo questa tendenza dell’essere umano a, in un certo senso, sfuggire dalla propria identità: l’uomo trova così rifugio dietro le quinte della propria vita e mette in scena ciò che più gli piace credere ed essere, finendo egli stesso col diventarne l’attore principale.

Dunque, perché le persone sentono la necessità di mascherarsi dietro qualcosa che non sono?
Dalla risposta a questo interrogativo scaturiscono plurime interpretazioni, tutte però facenti riguardo al medesimo soggetto: la Società. E’, infatti, quest’ultima ad imporre rigidi canoni estetici e comportamentali, non facilmente rispettabili.
Ad alimentare il tutto concorre il mondo dei social-media, specchio di una realtà parallela, di un mondo dove vivono non già persone, bensì personaggi sempre pronti a condividere la loro vita “perfetta” e apparentemente priva di problemi, generando così vuoto ed insoddisfazione tra gli spettatori.
Il pubblico resta affascinato da questa realtà utopica tanto da volerla riprodurre, non rendendosi conto, o meglio, ignorando che quello che ha davanti è soltanto una “finta verità”: ciò istiga nelle persone più deboli insicurezza, disturbi alimentari, mancanza di autostima e, nel più grave dei casi, depressione. Tutte problematiche fin troppo vere che però traggono la loro forza da condizioni non altrettanto veridiche.
«Quando sono andata su Instagram tutto quello che ho visto erano immagini di corpi perfetti, addominali perfetti e donne che facevano 100 burpees in 10 minuti». Questo è ciò che afferma Anastasia Vlasova, ragazza 18enne che ha cominciato a soffrire di disturbi alimentari per cercare di conformarsi a quelle “modelle-influencer” dal fisico angelico.
Anastasia è sicuramente solo una delle tante ragazze a soffrire di tale malessere e che meritano di essere aiutate ad uscire dal loop infinito dove vivono. E quale strada percorrere per uscirne? L’iter è lungo, tortuoso ma, soprattutto soggettivo, varia a seconda di chi lo percorre pur trovando coincidenza nel punto di partenza: liberarsi della maschera per ricominciare ad avere una identità.

Pirandello diceva : “c’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro e quando sei da solo sei nessuno”. E sovente si corre il rischio di non riuscire più a riconoscersi con alcuna maschera, se non con quella di “nessuno”.

E tu, chi sei davvero quando nessuno ti vede?

Articolo a cura di Maria Alessandra Della Rotonda Nigro ed Adelaide Gargano.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *