Una giornata storica, per gli spagnoli e la progressione nel riconoscimento di diritti, quella di venerdì 17 Febbraio, data in cui il Parlamento ha approvato nello stesso giorno due leggi, frutto di lunghe battaglie civili:
la norma per “l’uguaglianza reale ed effettiva delle persone trans” e una riforma riguardante la “salute sessuale e riproduttiva” e “l’interruzione volontaria di gravidanza”, libera e sicura a partire dai 16 anni.
Con la riforma riguardante la salute delle donne, la Spagna si è guadagnata il primato europeo nel riconoscere il diritto delle donne con mestruazioni dolorose di ricevere un’invalidità temporanea retribuita dallo Stato, la distribuzione gratuita di contraccettivi di barriera nelle scuole e negli istituti penitenziari, l’obbligatorietà dell’educazione sessuale sin dalle scuole dell’ infanzia e il congedo prenatale, integrativo del congedo di maternità.
Cosa disciplinano, nello specifico, queste due leggi?
La prima è la legge trans o “ley trans”, ossia la legge per l’uguaglianza reale ed effettiva delle persone trans e per la garanzia dei diritti delle persone della comunità Lgtbq+ ;
fra gli altri provvedimenti, riconosce l’autodeterminazione di genere, sviluppa una serie di misure per garantire i diritti delle persone Lgtbq+ e consente, a partire dai 16 anni, di cambiare il nome e il sesso all’anagrafe con una semplice dichiarazione, senza la necessità di allegare relazioni mediche o dimostrare anni di trattamento ormonale.
La legge, inoltre mette in atto misure contro l’omofobia nei settori della salute, dell’istruzione e dell’occupazione.
Altro punto cruciale oggetto di riforma sono stati i diritti della salute delle donne, in particolare l’aborto “libero e sicuro” nelle strutture pubbliche a partire dai 16 anni, nonché l’introduzione e la distribuzione gratuita di assorbenti e prodotti di igiene intima per il ciclo mestruale in scuole, carceri ed enti pubblici.
Lunghi dibattiti civili hanno, per la prima volta, portato dei risultati concreti; com’è, invece, la situazione in Italia?
Se da un lato possiamo individuare la Spagna, come un nuovo punto di riferimento in Europa in materia di aborto e diritti riproduttivi e diritti civili; dall’altra parta in Italia l’unica disciplina in materia di aborto è la legge 194/1978, mentre la legge 76/2016 disciplina le unioni civili.
La 194/1978 presenta certamente una storia tormentata, rappresentando il frutto di un lungo percorso, e non avendo avuto vita facile nemmeno dopo la sua approvazione ed entrata in vigore .
La 194 stabilisce che l’interruzione volontaria della gravidanza non rappresenta un mezzo per il controllo delle nascite, ma riconosce il diritto di poter procedere all’aborto entro i primi novanta giorni dal concepimento, permette di interrompere volontariamente una gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento per motivi di «salute, economici, sociali o familiari», o a seguito previsioni di anomalie o malformazioni del feto (si estrapolò, in tal caso, dal diritto romano, il “c.d. diritto di non nascere se non sano”).
All’articolo 9 della suddetta legge s’introduce poi l’obiezione di coscienza per il personale sanitario.
Per quanto concerne i diritti Lgtbq+ nel nostro Paese, per usare un eufemismo, non sembra ci siano da registrare grandi novità, nè paiono esserci all’orizzonte.
Esemplificativamente, si pensi alla proposta di legge di Alessandro ZAN che chiedeva le modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere.
Se anche la Spagna, paese storicamente estremamente cattolico, ha avviato una nuova fase della sua storia politico-sociale, cosa possiamo attenderci?
Che possa far da viatico, anche per l’Italia, ad una nuova stagione di riconoscimento di diritti civili?
Oppure rimarrà una mosca bianca?
Articolo a cura di Dea de Angelis
