Notti brave, serate da sballo, droghe alla portata di tutti, ritmi confusi e… stupri. 
È questa la breve descrizione del mondo di Alberto Genovese, all’apparenza un genio in materia di startup, ideatore di conferenze e incontri volti alla diffusione della sua idea di mercato che a pochi anni dalla laurea l’ha reso multimilionario. 

E poi, l’altra faccia della medaglia: proprietario di un super attico a pochi passi dal duomo di Milano, Terrazza Sentimento, Genovese è solito intrattenersi con amici intimi in festini serali in cui, secondo quanto emerge dalle indagini condotte dal Tribunale di Milano, il confine tra realtà e mondo onirico è molto labile se non inesistente. 

È il racconto di uno scenario da brividi, di un mondo che c’è ma non si vede.

Tutto comincia nell’ottobre del 2020 quando una ragazza di diciotto anni denuncia alla Procura di Milano di essere stata brutalmente stuprata a Terrazza Sentimento, durante una festa a cui aveva partecipato, tanto da finire in ospedale in prognosi riservata. Dopo di lei un’altra giovane donna denuncia lo stesso vile atto, avvenuto tre mesi prima a Villa Lolita, ad Ibiza. 

Entrambe le denunce individuano un unico nome responsabile: quello dell’imprenditore e co-fondatore del sito web “Facile.it”. 

Parte da qui non soltanto l’indagine condotta dai pm Rosaria Stagnaro e Paolo Filippini, ma anche il “processo all’intenzione” andato in scena su la7 nel programma televisivo condotto da Massimo Giletti. 

Ed è proprio in televisione che emergono i primi dettagli inquietanti che rendono questa storia una species di un genus che è probabilmente sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vede o vuole vedere. 

Vengono intervistate a volto coperto e voce camuffata le vittime, gli atri invitati a queste feste che raccontano di una bolla dalla quale era difficile uscire: cocaina servita su piatti d’argento da cui tutti potevano attingere, poi la confusione e gli effetti collaterali e – secondo il racconto delle vittime – le immagini confuse di una camera da letto. Eppure, la vera agonia non era ancora iniziata. 

Dalle immagini  delle telecamere di videosorveglianza presenti nella camera da letto dell’appartamento di Milano, si vede chiaramente una ragazza rimasta segregata per otto ore, nel corso delle quali ha alternato momenti di totale incoscienza e altri di parziale lucidità in cui tentava di scappare nonostante la condizione di debolezza fisica glielo impedisse.

Il contenuto dei video ha rappresentato una prova inconfutabile non soltanto per incastrare il colpevole, ma anche per tracciare il profilo di un uomo – proprio Genovese – con evidenti difficoltà psichiatriche che lo hanno indotto a ricercare il “massimo piacere” nel compimento di atti di un sadismo estremo come quello appena descritto, attraverso cui ha ridotto all’osso il corpo di una donna, con la complicità, tra l’altro, della sua compagna Sarah Borruso.

Il trascorrere dei mesi ha portato alla luce dettagli – a tratti macabri – che hanno smontato pian piano il castello di carta intorno al quale ha ruotato fino a quel momento il mondo di Alberto Genovese, il quale, dopo essere stato sottoposto ad una perizia psichiatrica, è risultato incapace di intendere e di volere a causa dell’abuso di sostanze stupefacenti, elemento che gli ha consentito di ottenere uno sconto di pena.

La prima sentenza di condanna è arrivata lo scorso settembre con rito abbreviato: 8 anni e 4 mesi, con l’accusa di plurime violenze, di cui una di gruppo; pena ridotta poi a 6 anni e 11 mesi per via della riforma Cartabia che ora prevede la riduzione della pena di un sesto in rito abbreviato nel caso in cui la difesa non presenti ricorso in Appello. 

La sentenza definitiva con ordine di esecuzione è arrivata il 13 febbraio, e l’imprenditore di origine napoletane è tornato nel carcere di Lecco, poco distante dalla clinica in cui si stava disintossicando e scontando i domiciliari. 

Genovese potrebbe però scontare in carcere soltanto 2 mesi e trascorre il resto della detenzione agli arresti domiciliari o in affidamento ai servizi sociali, come effetto dei due anni già scontati tra carcere e domiciliari. 

Al di là di come si concluderà questa vicenda, per la quale si auspica che la giustizia faccia realmente il suo corso, evitando espedienti che in casi come questo non fanno che sottovalutare la gravità degli atti commessi, resta da chiedersi su chi ricadranno le vere responsabilità e chi si sarà il vero colpevole se Genovese tra qualche mese potrà verosimilmente essere trasferito in una clinica a cinque stelle per trascorrere il resto della sua vacanza-detenzione.

Articolo a cura di Mariafrancesca Pepe.

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