ARTICOLO 27, Costituzione:
“La responsabilità penale è personale.
L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte.
“Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”;
rieducare, educare, dal latino
ex-ducere, che letteralmente vuol dire tirare fuori, far venire alla luce qualcosa che è nascosto.
Ma qual è la vera natura nascosta dell’uomo?
È, come scriveva Aristotele, animale sociale, e quindi capace di unirsi in gruppo e costituire una società; oppure vale la massima homo homini lupus , “ogni uomo è un lupo per un altro uomo”, come considerato da Hobbes: dunque, essenzialmente egoista e aggressivo, lottante per la sopravvivenza.
Idealisticamente potremmo pensare all’uomo come animale sociale, sin dalla nascita, in quanto un bambino non è capace di provvedere ai suoi bisogni autonomamente, e perciò instaura un rapporto con il proprio genitore. Ma cosa succede se prevale “l’animale”?
Cosa accade quando predomina l’istinto, la parte meno razionale di noi?
Si esce dai propri schemi, l’uomo si trasforma in un animale, appunto, ed è portato a compiere gli atti più efferati.
Siamo tutti dei potenziali criminali?
L’uomo non è sola ragione.
Essa non è sempre in grado di dominare gli istinti, anzi la nostra vita si svolge ,per la maggior parte, fuori dalla coscienza, soventemente “siamo le nostre pulsioni”.
Sigmund Freud affermava: “L’uomo ha istinti aggressivi e passioni primitive che portano allo stupro, all’incesto, all’omicidio; sono tenuti a freno in modo imperfetto dalle istituzioni sociali e dai sensi di colpa”.
Ogni individuo nasconde un lato oscuro, normalmente represso, che se liberato porta a delinquere.
La domanda è:
perché, pur essendo presente in tutti noi, non in tutti prevale tale lato oscuro?
Hanno la meglio i freni inibitori della morale, gli ideali imposti dalla propria fede religiosa ;
il comportamento criminale, poi, viene adeguatamente “ingabbiato” dalle regole educative della famiglia, dalla scuola.
Chi delinque lo fa perché le pulsioni e le emozioni hanno la meglio sui freni inibitori.
Si pensi ai casi di delitti passionali: c’è qualcosa dell’amore umano che concerne l’eccesso, la perdita del confine, lo smarrimento: ombre di questo primordiale sentimento che potenzialmente potrebbero sfociare nella perdita del controllo, nella rottura dell’ordine.
Non si vorrà altro che l’amato rinunci alla propria libertà ..liberamente.
L’ amore umano mette l’assoluto nel particolare, l’amore umano malato invece traduce questo assoluto in una spinta appropriativa che oltrepassa il limite sfociando spesso in tragedia.
Quindi l’uomo è “homo homini lupus”?
E se invece non fosse, a priori, né buono, né cattivo?
Il prevalere dell’una, piuttosto che dell’altra componente dipende dalle occasioni, dai contesti sociali e dagli stati psicologici (un figlio di un camorrista quante probabilità in più ha di delinquere, rispetto a uno di “ buona famiglia”?).
L’uomo è debole rispetto alla sua intima natura, l’uomo è vittima di se stesso, del suo vissuto.
In determinate occasioni chiunque può diventare criminale ed esprimere i propri impulsi antisociali.
Siamo ancora convinti che l’uomo sia un animale sociale?
La criminalità è un problema globale, presente in ogni tempo, in ogni spazio, in qualsiasi sistema sociale.
Unico nucleo centrale? La mente umana.
Luogo comune è che i criminali siano malati di mente, sociopatici.
Sano = normale;
Malato= criminale.
Non tutti i criminali, però, sono psicopatici, non tutti gli psicopatici sono criminali.
Perché bisogna credere fermamente nella rieducazione?
Perché nessuno nasce cattivo.
Occorre “ tirar fuori” la buona natura dell’uomo.
Perché, come diceva Victor Hugo:
”La liberazione non è la libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna”.
A cura di Martina Lattanzio
