Il 17 febbraio 2021 morì a Parma Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata. Ad un anno da quella data sono apparsi, per le strade di Napoli, manifesti funebri che annunciava una Santa messa in suffragio della “anima benedetta” di Raffaele Cutolo.
È sicuramente un ossimoro definire benedetta l’anima di un mafioso, malfattore e predatore, ma questo genere di connivenza, purtroppo, risulta ormai essere insita in gran parte del popolo italico.
Lungi dal volere ricordare un sant’uomo come Cutolo, oggi, ci proponiamo di narrare una storia di coraggio, di sfida e di integrità: la storia di Giuseppe Salvia, che a Cutolo si oppose fermamente.
Giuseppe Salvia era il vice-direttore del carcere di Poggioreale e lo rimase dal 1973 fino al 14 aprile 1981, giorno del suo assassinio.
Salvia era un uomo buono, con un grande senso del dovere, ma anche con una grande umanità: all’interno di una istituzione dura e brutale come quella delle carceri, lui era perfino riuscito a guadagnarsi il rispetto dei detenuti, con i suoi continui tentativi per cercare di umanizzare quei luoghi.
La sua condanna a morte la firmò quando “osò” non piegare la testa davanti al boss principale della Camorra.
Il regolamento delle carceri prevede la perquisizione dei detenuti che rientrano da un’udienza processuale. “Dottò, Cutolo non si vuole fare perquisire. Cosa dobbiamo fare? Sa, noi abbiamo famiglia…”, questo Salvia si sentì dire dagli agenti di custodia. Ebbene lui non ci pensò due volte, uscì dal suo ufficio ed andò a perquisire don Raffaele Cutolo, come da regolamento. Era il 7 novembre del 1980 e Cutolo rientrava da un’udienza sulla Nuova Camorra Organizzata. Tra le facce incredule degli agenti, il boss non si aspettava questo gesto di sfida, che metteva fermamente in discussione la sua autorità davanti a tutti. Cutolo, in un moto di stizza, tentò addirittura di schiaffeggiare il vice-direttore.
Giuseppe Salvia era perfettamente consapevole dello spessore criminale di quel detenuto, ma con grande senso del dovere e spirito di abnegazione, sentiva forte la responsabilità di affermare e ristabilire il potere e la presenza dello Stato dinanzi ad una belva come il camorrista. Quel gesto, però, gli costò caro e quella perquisizione sancì la sua condanna a morte.
Il vice-direttore del carcere di Poggioreale fu barbaramente trucidato il 14 aprile 1981, da un commando di uomini legati a Cutolo, sulla tangenziale di Napoli, mentre tornava a casa.
Giuseppe Salvia quando morì aveva 38 anni, a casa, ad aspettarlo, si trovavano la moglie di 33 ed i figli di 5 e 3 anni.
Al suo funerale arrivarono 68 corone di fiori, mandate dai detenuti stessi, in segno di rispetto per quel funzionario che, immerso in tutta quella violenza, non aveva mai perso la sua umanità.
A noi, oggi, non resta altro che ricordare ed onorare uomini come il Dottor Salvia, con il prezioso compito di diffondere la memoria, affinché, nel mondo, ci siano sempre meno uomini come Raffaele Cutolo e sempre di più pronti a sfidarli.
Morire per un ideale, morire per un certo stato di cose, morire per lasciare un insegnamento alla società, è da grandi uomini e da grande Uomo Giuseppe Salvia lasciò questo mondo.

A cura di Lorenzo Peraino

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