“Le norme FIFA e UEFA che subordinano alla loro previa approvazione qualsiasi nuovo progetto calcistico interclub, come la Super League, e vietano ai club e ai giocatori di giocare in tali competizioni, sono illegali.
Non esiste un quadro normativo della FIFA e della UEFA che garantisca che siano trasparenti, obiettive, non discriminatorie e proporzionate.
Allo stesso modo, le norme che attribuiscono alla FIFA e all’UEFA il controllo esclusivo sullo sfruttamento commerciale dei diritti relativi a tali competizioni sono idonee a restringere la concorrenza, data la loro importanza per i media, i consumatori e i telespettatori dell’Unione europea”.

Con queste parole la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è espressa circa la querelle Superlega, risolvendo la questione di legittimità sollevata dal Tribunale commerciale di Madrid (Spagna), a sua volta investito dalla European Superleague Company.
Evidenziando una violazione degli articoli 57,101 e 102 TFUE, individuando, ai sensi del diritto dell’Unione, come vera e propria “attività economica” lo sfruttamento commerciale dei diritti relativi alle competizioni calcistiche, la CGUE ha sancito l’illiceità del comportamento assunto da FIFA e UEFA (associazioni di diritto privato con sede in Svizzera, costituite con l’obiettivo di promuovere e definire il quadro calcistico a livello mondiale ed europeo) in risposta al progetto della c.d. Superlega, avanzato nell’aprile del 2021 da 12 squadre di calcio europee.
Spetta, a seguito dell’intervenuto rinvio, al Tribunale di commercio di Madrid verificare se tali norme possano essere accettate, avvantaggiando le diverse parti interessate nel calcio, ad esempio, garantendo una ridistribuzione solidale dei profitti generati da tali diritti.

È bene, in primo luogo, effettuare una precisazione: l’espressione della Corte non si riferisce direttamente alla, eventuale, competizione della Superlega, né tantomeno mira a sdoganare l’immediata organizzazione/realizzazione della stessa; semplicemente, rimettendo la risoluzione della questione in concreto oggetto del caso al Tribunale Commerciale Spagnolo, ha escluso la possibilità di escluderne a priori la realizzabilità giuridica, abbattendo così il monopolio in materia di organizzazione, di competizioni sportive e di affini attività economiche, sino ad oggi esercitato da FIFA e UEFA, aprendo le porte a nuovi rivoluzionari scenari tanto politico-sportivi quanto economici.

Più d’uno ha già espresso il proprio stupore per questa storica decisione, paragonando la portata e le plausibili ripercussioni che questa potrà avere nel mondo del calcio a quanto successo nel 1995 a seguito della celebre sentenza Bosman (la quale riconobbe la liceità, nei confronti di un qualsiasi atleta in scadenza di contratto, di trasferirsi gratuitamente in un altro club).
È ancora presto, in realtà, per lasciarsi andare a tali giudizi; bisogna attendere il giudizio del tribunale spagnolo, ed eventualmente comprendere quali potrebbero essere gli effetti di un’espressione favorevole sulla posizione dei massimi club europei.
Non si trascuri, inoltre, come dalla prossima stagione sportiva produrrà i propri effetti la riforma delle competizioni UEFA varata per il triennio 2024-2027, concepita ed approvata in tutta fretta proprio in risposta alla minaccia Superlega e mirante alla realizzazione di un format più spettacolare per gli spettatori ed al tempo stesso maggiormente redditizio per i club partecipanti.
Non sarà posta a stretto giro, dunque, la parola fine su questa vicenda.
Tuttavia, in quale maniera noi tifosi dobbiamo intendere questa notizia ?
Come ne esce il calcio da questa espressione giudiziale?

Certo, da come è stato presentato il progetto della Superlega non ha scaldato il cuore di molti data la sua matrice confusionaria.
L’idea di costituire una lega semi-chiusa, con la stragrande maggior parte dei componenti già predeterminata, selezionandoli indipendentemente dai meriti sportivi attinenti la stagione precedente, bensì esclusivamente in qualità di “membri fondatori” e pertanto aventi diritto, non era stata accolta con favore né dalla stragrande maggioranza dei club europei né soprattutto, dalle tifoserie: troppo limitati i posti assegnati in conseguenza del piazzamento della stagione precedente, troppo americano (quasi in stile NBA) e troppo poco meritocratico questo modello di competizione, più coerente al mero business che a quella ragione di cuore e fede che è alla base dello sport più famoso e seguito del mondo, popolare per definizione.
Irrilevanti i certi e lauti profitti già preventivati dai club, poco attraente l’idea di aumentare esponenzialmente il numero di big-match (ritenendo, al contrario, come una cadenza molto più frequente di certe sfide non avrebbe portato ad altro che ad uno svilimento della loro importanza).

Dall’altra parte, tuttavia, non si è presentata di certo un’alternativa valida e rassicurante.
FIFA, UEFA e le diverse Federazioni nazionali, ben presto autodefinitisi “difensori del calcio della gente” (trascurando come, in realtà, gli scandali degli anni ’10 di questo secolo avessero già provveduto ad allontanarle dai tifosi), hanno in realtà adottato un atteggiamento ben poco coerente con tale scopo:
in primis, varando la sopra citata riforma delle competizioni UEFA, chiaramente a favore delle big del continente e rivolto a fornire loro un “contentino”, cercando così di scongiurare il rischio di un’adesione al nuovo format rappresentato dalla Superlega;
in secundis (riferendoci, ça va sans dire, esclusivamente alla UEFA), proseguendo con la propria politica finanziaria iniqua e arbitraria, capace di mostrarsi -nell’applicazione delle sanzioni derivanti dall’ inosservanza, da parte dei club, dei parametri gestionali imposti dal c.d. “Fair Play Finanziario” – debole con i forti e forte con i deboli;
in terzo luogo, sponda FIFA, organizzando un campionato del mondo in un paese rinomato per la sua scarsa tutela e garanzia dei diritti umani, con una “oscura” partecipazione e collaborazione di alcuni parlamentari europei;
in quarto luogo, attraverso la creazione di una nuova formula più allargata del Mondiale per Club, con delle regole e dei criteri di ammissione tali da rendere questa “nuova” competizione l’equivalente della Superlega, di dominio però di FIFA e UEFA;
infine, adottando una politica di commercializzazione dei diritti tv delle proprie competizioni eterogenea e frazionata, rendendo necessaria la sottoscrizione di plurimi abbonamenti, e dunque estremamente costoso, il costo pro capite richiesto a ciascun tifoso per poter assistere alle performance della propria squadra del cuore.
Atteggiamenti ben noti al folto pubblico di tifosi, e a questo sgraditi.

Per questo, al momento, la situazione risulta mostrarsi estremamente interessante proprio per quei soggetti a lungo bistratti ed ignorati tanto dall’Ancient Regime del binomio UEFA-FIFA, quanto dal nuovo modello di intendere il calcio rappresentato dalla European Superleague Company (la società istituita per la fondazione ed organizzazione della c.d. “Super League”): i tifosi, tanto cuore pulsante, quanto core business del mondo pallonaro.
Sebbene al momento i club attivamente coinvolti nel progetto Super League siano soltanto due (Barcellona e Real Madrid), e quasi la totalità delle società europee abbia già provveduto a mostrare la propria indisponibilità a partecipare a tale eventuale format, non sono di certo passate inosservate le parole del CEO di A22 Bernd Reichart : “Abbiamo ottenuto il Diritto di Competere. Il monopolio UEFA è finito. Il calcio è LIBERO. I club sono ora liberi dalla minaccia di sanzioni e liberi di determinare il proprio futuro. Per i tifosi: Proponiamo la visione gratuita di tutte le partite della Super League.
Per i club: Le entrate e le spese di solidarietà saranno garantite”.
Non a caso le dichiarazioni delle massime organizzazioni calcistiche sono tutte coerenti: tanto ferme nell’affermare l’autonomia dello sport e delle sue regole quanto prudenti rispetto a quelli che potrebbero essere i futuri.
Non sappiamo, dunque, se la Super League, vedrà la luce, né tanto meno gli effetti che la sua definitiva ed inoppugnabile liceità potrebbe produrre nel mondo del calcio.
Una cosa, tuttavia, è certa, nell’opinione di chi scrive: in un calcio sempre più distante dai tifosi e dai valori che dovrebbero ispirarlo, la caduta del monopolio storicamente attribuito alle massime organizzazioni ed istituzioni del panorama calcistico mondiale (privandole di un ingiusto potere repressivo e coercitivo indebitamente esercitato dalle stesse), e la conseguente liberalizzazione del mercato, non possono che rappresentare un’insperata e al tempo spesso inestimabile tutela al vero e proprio “consumatore” di questa malsana industria, il tifoso, con la speranza di riuscire a restituire a costui potere e forza decisionale nelle dinamiche dello sport più bello del mondo.

Articolo a cura di Ludovica Liso e Giuseppe Vito Distefano.

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