“Non è la disabilità che ti definisce, ma il modo in cui affronti le sfide che la disabilità ti presenta”
Jim Abbott

La disabilità è parte integrante della vita quotidiana, che suscita diverse emozioni, sensazioni.
Conviene muovere e cominciare da una vera e propria analisi etimologica della parola “Dis – abile”.
L’abile è un individuo che per il comune modo di pensare è capace di agire in autonomia , di fare delle scelte, di non dipendere da nessuno; il termine stesso “dis- abile”, dunque, denota l’assunto della società nel considerare questo soggetto INADATTO al mondo moderno.

Interpretazioni e convinzioni mediche e psicologiche di un tempo erano spesso quelle di evitare le integrazioni tra società e disabile, in modo che non si generasse tensione nella capacità di adattarsi dello stesso.
Visione fortemente limitativa e fondamentalmente sbagliata, collegata alla considerazione di un soggetto non come individuo, ma semplicemente come REALTÀ che doveva essere protetta e accudita.
Immaginario , seppur antiquato, che ci fa riflettere molto: “ gli abili” che hanno dei preconcetti nei confronti di altri individui… ma non saranno proprio gli abili a non riuscire a superare i propri limiti?
In fondo, i veri limiti esistono in chi guarda dall’esterno, senza capacità di empatia e senso di solidarietà .

Essere portatori di un deficit, inteso come mancanza a livello fisico, sensoriale, intellettivo, porta a far nascere “l’handicap”, a sua volta intendibile come somma di conseguenze a livello sociale.
Ad esempio, avere un deficit motorio comporta un handicap nel momento in cui non ci sono adeguate infrastrutture che permettano la mobilità.
Il riconoscimento dell’ individualità della persona con un deficit come “altro da noi”, ma con la quale trovare punti in comune, passa attraverso un percorso di tipo emotivo- cognitivo che coinvolge l’intera società, attraverso il quale l’impossibilità di annullare la differenza lascia il posto alla possibilità di scoprire elementi di identificazione e relazione.

“La vita di una persona disabile è dieci volte più complicata. Devi affrontare moltissime difficoltà che ti deprimono, sono piccoli insulti della vita quotidiana”- Mario Calabresi.
Parlare di società evoluta significa , quindi, pensare ad una comunità attenta ai “bisogni speciali”, che favorisca l’uguaglianza e le pari opportunità anche attraverso forme di differenziazione e di legislazione speciale.

Si parla sempre di “ diverso”, ma la cultura, il livello di civiltà della società moderna dovrebbero essere valutati in base all’integrazione delle persone disabili e in base alla predisposizione di saper valorizzare le “ capacità residue”.
Bisognerebbe, quindi, tendere a mettere in primo piano la persona nella sua globalità e non essenzialmente connotarla per una sola caratteristica deficitaria o deformante.

Per avvalorare questa tesi, basti pensare alle numerose personalità disabili che hanno cambiato la storia dando il proprio apporto in ambito sportivo, artistico – musicale; persone accomunate da una enorme voglia di riscatto.
A titolo esemplificativo, si pensi alla storia di ALEX ZANARDI:
pilota di Formula Uno, durante una gara subisce un grave incidente, che lo porta all’amputazione di entrambe le gambe; ZANARDI non si arrende, un anno dopo corre e vince ancora gare automobilistiche e non solo, vince sulla vita.
Attualmente è campione mondiale di paraciclismo; paradossalmente, nella sua esperienza la disabilità da handicap diventa una punto di forza.
Un medesimo ragionamento è riproponibile con riferimento a molti altri grandi atleti disabili, capaci di “sfruttare” la loro condizione per distinguersi nel mondo dello sport e nella vita.
Al fine di ricordare un altro esempio che si discosti dal mondo sportivo, nell’ambito musicale- artistico si pensi a Beethoven, che, nonostante la sua sordità, è stato uno dei più grandi compositori di tutti i tempi; volgendo lo sguardo ai nostri giorni, si ricordi Andrea Bocelli, ipovedente fin dalla nascita, che è uno dei più grandi tenori e cantati pop italiani.

Può quindi ancora accettarsi come valida la vecchia visione della disabilità intesa come “handicap”, come disvalore, ovvero sarebbe più opportuno intenderla come una mera “differenza” rispetto all’usuale, un ostacolo, che, se affrontato con la giusta attitudine, può tramutarsi in un trampolino di lancio utile per valorizzare la propria persona ed il proprio talento?

La vera disabilità, nell’opinione di chi scrive, è in realtà il non saper andare oltre i propri limiti e ,soprattutto , il costruirsi una realtà piccola e ripiegata su ideali di bellezza e “normalità” standardizzati.

Articolo a cura di Martina Lattanzio

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