Uno dei momenti più attesi da noi italiani è certamente il festival della canzone Italiana, più comunemente noto come Sanremo.
Kermesse che rappresenta anche uno dei principali eventi mediatici di ogni anno, con risonanza anche all’estero.
Il Festival nasce nel 1951 con l’ idea di celebrare la musica, e renderla protagonista indiscussa.
Ma nel corso delle 73 edizioni finora svoltesi, è davvero andata cosi?
Purtroppo, piuttosto che focalizzarsi su tematiche musicali, sempre più frequentemente accade che, con l’avvicinarsi del Festival, si accendano polemiche concernenti l’attualità, la censura, la politica.
E quando si alza il sipario, la tensione non si placa.
Sanremo, che non vorrebbe e non dovrebbe sembrare politico, in realtà lo diventa.
Nonostante il sorgere di una vera e proprio ansia determinata dalla volontà di mostrarsi equanimi e inattaccabili ( basti ricordare le sette donne scelte da Amadeus nell’edizione del 2020 per affiancarsi a lui nella conduzione del festival), sono spesso questioni di poco conto a far venir meno tutti i buoni propositi.
Sebbene si punti al pensiero debole, si provi ad adattare il sound festivaliero ad un clima nazionale di sospensione e di presunta stabilità, ecco che, con l’arrivo di una predica, viene meno qualsivoglia ambizione di apoliticità, e si cade nel più banale “politicamente corretto”.
Si pensi alla passata edizione, quando, insieme ai Maneskin, a vincere è stato il politicamente corretto.
Fra gli eventi memorabili basti ricordare la “questione dei fiori”, che vide coinvolti Francesca Michelin e Fedez, “a causa” della quale “i fiori di Sanremo” vengono regalati non solo alle donne ma anche agli uomini.
Passando alla presente edizione, nei primi giorni di festival abbiamo assistito già a molti, o forse anche troppi, “casi mediatici”: da Madame a Rosa Chemical ( protetto poi in sala stampa), passando per il dissing di Fedez, al rispetto di un generico requisito di “gender equality” da rispettare nell’individuazione delle co-conduttrici delle serate, degli ospiti e dei rispettivi discorsi.
Sono anni che, in realtà, Sanremo non celebra più solo la musica italiana.
È giusto? È sbagliato?
L’arte, in certi contesti, ha il compito di intrattenere.
Ben vengano a Sanremo concetti come il razzismo, la salute mentale, riferimenti alla pandemia, ai vaccini e alla sfera della sessualità; a condizione di restare elementi di contorno e non centrali del festival; perché altrimenti, più che di festival, bisognerebbe parlare di “convegno di Sanremo”.
Il Festival nelle sue ultime edizioni ha spesso finito per risucchiare se stesso nell’ovvio del pensiero corrente, per privarsi della sua pretesa neutralità e caratterizzarsi per quello che, ormai , è diventato: un veicolo per trasmettere messaggi politici, schierandosi apertamente, abbandonando qualsivoglia pretesa di neutralità.
A cura di Dea De Angelis
