Tutti in piedi e mano destra sul cuore.
Si è aperta così la 73ª edizione del festival di Sanremo, con un emozionante omaggio al nostro Paese senza precedenti.
La prima serata del festival parla di prime volte, di emozioni forti e d’Italia.
Palchetto d’onore e un applauso lungo cinque minuti per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ancora una volta, ha dimostrato di essere il Presidente degli italiani, vicino ai cittadini, pur mantenendo il fascino dell’istituzione che rappresenta.

Dopo gli applausi, l’Ariston si è unito sotto un’unica voce intonando l’inno di Mameli: una di quelle cose che non si vedono spesso, specie in contesti come quello del festival di Sanremo, che resta pur sempre uno spettacolo di varietà.


Coerentemente con la prima, storica, presenza della più alta carica dello Stato, il focus sulla nostra nazione è proseguito con un altrettanto toccante monologo sulla Costituzione, la legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico, in vigore dal 1948 e giunta ormai al suo 75* anniversario.
E chi meglio di Roberto Benigni per eseguire una performance al tempo stesso così piena di onori e oneri?

Con il suo classico stile espositivo, meno sui generis del solito, ma inconfondibilmente vivace ed incalzante, l’artista toscano ha dapprima provato, ricercando un difficile bilanciamento fra ilarità e rispetto delle istituzioni, a coinvolgere direttamente la persona del Presidente Mattarella, per poi concentrare la sua attenzione sull’esaltazione della Carta costituzionale.

Assai pregevoli le considerazioni inerenti i lavori preparatori, in particolare sul c.d. “Compromesso Costituzionale”, quella comune e sentita esigenza, in capo ai padri costituzionali, di provvedere in tempi celeri alla stesura di un testo che, pur dovendo necessariamente perlomeno tentare di riflettere i plurimi e spesso contraddittori orientamenti politici di riferimento dei singoli membri e partiti, necessitava altresì di rappresentare un’unità di intenti, uno spirito di fratellanza, solidarietà, democraticità, sul quale rifondare una nazione uscita profondamente colpita dalla guerra.


Essa ha inequivocabilmente rappresentato un fiore all’occhiello dell’intera esperienza politica italiana, nonché principale ragione della capacità della Costituzione stessa di restare attuale e valida per reggere l’ordinamento anche a più di settant’anni dalla sua “rifondazione”; lodevole è stata l’iniziativa di Benigni di porvi l’accento in un contesto capace di catturare l’attenzione di una consistente fetta di popolazione, specie in un periodo storico in cui, su scala nazionale e non, a farla da padrone è un’idea di fare politica in cui, più che la collaborazione, a spiccare è la litigiosità .

Meno corretto, per lo meno dal punto di vista giuridico, è stato l’accenno alla disciplina prevista dagli articoli 11 e 21 della Costituzione stessa.
Certo, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, e questo non può che essere un elemento di gran vanto ed innovazione per la Carta Costituzionale stessa ed i padri che la elaborarono.
Tuttavia, l’idea espressa da Benigni sul palco dell’Ariston ieri sera, ossia il fatto che se una tal disposizione fosse presente in ogni Carta Costituzionale di ciascuna nazione non esisterebbe più alcuna Guerra, non può che essere disillusa ed eccessivamente ottimista; fuorviante, per lo meno se intesa “giuridicamente in senso stretto”.
Una Costituzione si prefigge di regolare un ordinamento giuridico, ossia l’insieme ordinato e coerente delle norme giuridiche che regolano la vita di una comunità; una guerra, specie se di conquista, presuppone, se non un vero e proprio “ribaltamento” o radicale mutamento dell’ordinamento in essere, perlomeno una sua importante lesione.
Una guerra, dunque, per il diritto non può essere ricondotta ad una fattispecie, positiva o negativa che sia; semplicemente è irrilevante. Il diritto costituzionale opera prima e dopo di essa, è incompatibile con il suo svolgimento.

Allo stesso modo, sacrosanto risulta essere l’elogio al diritto di libera manifestazione del pensiero ex Art.21 garantito dalla Costituzione.
Come ricordato dallo stesso Benigni, il fatto di aver necessitato di essere riportato per iscritto in un’apposita disposizione, deve sempre rappresentare un monito, per noi “eredi” dei costituenti; quello di quanto un principio ai nostri occhi così fondamentale, quasi banale, non debba mai essere dato per scontato e anzi debba sempre essere strenuamente esercitato e difeso.


Nella modesta opinione di chi scrive, tuttavia, risulta ulteriormente fuorviante accennare all’articolo in questione senza contestualmente accennare ai limiti che caratterizzano il suo esercizio: sempre ponendosi in un’ottica giuridica, citare un così importante principio senza contestualmente ricordare quanto un suo scorretto utilizzo possa risultare lesivo, per il singolo e per l’intera comunità, non da l’idea di libertà , bensì di anarchia.

Tralasciando queste parziali inesattezze, ad ogni modo l’idea di Benigni era sicuramente quella di salvaguardare la libertà in ogni sua forma; era chiaro il riferimento non soltanto al conflitto in corso tra Russia e Ucraina, ma anche a quanto sta accadendo in Iran, dove si viene quotidianamente uccisi per il solo fatto di pretendere che vengano rispettati quegli stessi diritti garantiti dalla nostra Costituzione e che per il nostro Paese sono sacri e inviolabili.

Se è vero che Sanremo è il tempio della musica, i primi minuti della serata di ieri hanno rappresentato un tentativo di ricucire lo spirito di appartenenza, quella fierezza (che non va confusa con la degenerazione del patriottismo che puó sfociare in fenomeni poco felici) nell’essere italiani che si è persa da tempo.

E allora ancora una volta non possiamo che dire “Grazie Presidente” per averci riconfermato la sua vicinanza e la sua presenza, e grazie a Roberto Benigni per averci consegnato una lectio magistralis che di sicuro rimarrà nella storia del Festival e non solo.

A cura di Giuseppe Vito Distefano e Mariafrancesca Pepe

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