Ritengo che, nella vita, non sempre tutto possa essere opinabile.
Nell’esprimere un giudizio, nell’accostarsi alla disamina o all’analisi di una qualunque tematica, credo che non possa essere altro che sinonimo di maturità, di preparazione sull’argomento, di onestà intellettuale, la capacità di discernere e tenere distanti l’insieme delle opinioni soggettive che, inevitabilmente -rivelando ideologie, sfere e valori morali, storie personali di colui che si esprime-, non possono che variare di persona in persona, dalla sfera dei dati di fatto oggettivi, quei dati che quasi potremmo definire storici, e che in quanto tali, non possono che, inconfutabilmente, rappresentare un discrimen nell’orientare la considerazione del tema trattato.
Pensiamoci: di una persona, di un qualunque professionista, di un politico, si possono condividere o meno modi di fare, valori personali, strategie e metodiche comunicative; ma, se intellettualmente onesti, non è possibile disconoscerne il merito e/o la grandezza davanti a dati oggettivi –come traguardi, posizioni, risulati raggiunti e conseguiti- che ne testimoniano le capacità
Il tutto, però, non sempre trova applicazione nel mondo dello sport, e nello specifico, nel mondo del calcio.
Una vecchia, ma sempreverde massima pallonara, recita, non a caso, come la caratteristica che, contestualmente, rappresenta croce e delizia, “il bello e il brutto” del calcio, si celi proprio nel dato di fatto che chiunque, con riguardo a qualunque persona e circostanza, “possa” sempre dire la propria.
Non si tratta d’altro che di una mera conseguenza della popolarità, dello storico impatto sociale che il calcio -materia in cui chiunque si sente sempre un esperto- da sempre vanta sulla stragrande maggioranza della popolazione mondiale.
L’uomo del destino, nonché miglior calciatore dell’ultimo mondiale, ha a lungo rappresentato una delle più immediate e concrete manifestazioni di questa particolarissima eccezione pallonara.
4 champions legue, 7 palloni d’oro, 6 scarpe d’oro, oltre che svariati trofei nazionali, non erano mai bastati per poter riconoscere a pieno titolo la grandezza di Lionel Messi.
Indubbiamente considerato come uno dei migliori giocatori della storia del calcio, al dieci rosarino è sempre stato contestato qualcosa , nel momento in cui si è stati chiamati a riconoscerlo come il più grande di sempre.
E ciò non tanto, o perlomeno non solo, nell’ambito della tanto reiterata quanto sterile polemica su chi fosse il migliore fra lui e Cristiano Ronaldo, ma soprattutto, a causa del costante paragone, tanto motivo d’orgoglio quanto ingombrante peso, fra Leo e il diez più iconico della storia di questo sport: Diego Armando Maradona.
Troppo ingombrante, troppo pesante, per le spalle di Leo, si è a lungo rivelata la responsabilità riconosciutagli dal popolo argentino, che, forte della mai troppo celata stima e individuazione come proprio erede da parte dello stesso Diego, gli ha lungamente fatto pesare il fatto di non essere riuscito a replicare, nemmeno in minima parte, con la propria nazionale, gli innumerevoli trionfi conquistati con la maglia blaùgrana del Barcellona.
Poco decisivo nei match importanti, poco leader quando chiamato a caricarsi la squadra sulle spalle:incapace, insomma, di rappresentare per la Selección e per i suoi tifosi , così come aveva fatto Diego, quella guida solida e sicura capace di ricondurli laddove meritano: sul tetto del mondo.
Giudizi resi ancora più severi dalle numerose sconfitte, spesso in finale (si pensi al Mondiale del 2014, e alle Copa America del 2015 e del 2016) che la compagine argentina ha subito con Messi in campo; giudizi così pesanti e fonte di così grande insofferenza che avevano addirittura portato La Pulce ad annunciare il proprio addio alla nazionale, salvo poi ritornare sui suoi passi (per fortuna sua e del popolo argentino, verrebbe da aggiungere).
A nulla è servita persino la conquista della Copa America dello scorso anno ( giunta a termine della peggior stagione della carriera di Lionel e nell’ambito della quale, per essere sinceri, pur disputando nel complesso un signor torneo, Lio disputò un’ulteriore finale opaca con la maglia albiceleste); il giudizio di gran parte dell’opinione pubblica calcistica era rimasto sempre lo stesso; per essere il miglior di tutti, per essere anche solo paragonato a Diego, gli mancava l’ultimo tassello, quello più importante: il tetto del mondo.
E’ proprio a causa di tutte queste premesse, che l’edizione iridata appena conclusasi risulta issarsi come un vero e proprio pezzo di storia del calcio.
Più che per il risultato conseguito in sé, ciò che contraddistingue questo mondiale è il fatto che rappresenti la chiusura di un cerchio, il culmine nonché punto conclusivo di un percorso migliorativo ed evolutivo non solo dell’atleta e di un’intera nazionale, bensì del Lionel Messi uomo.
Conscio di essere all’ultima chiamata per un così importante appuntamento con la storia, La Pulga si è presentato al più cruciale spartiacque della sua carriera in una condizione psico-fisica mai vantata prima.
Alla testa china, alle gambe pesanti ma, soprattutto, a quegli occhi timidi e quasi impauriti dalla tensione e dal peso che caratterizzavano quelle sfide, a quelle spalle forse ancora troppo “leggerine” per sopportare il peso di quel numero 10 così carico di significati e valori, questo mondiale ha sostituito una versione totalmente rivoluzionata del Messi con la camiseta albiceleste addosso: sguardo rassicurante, concentrato e al tempo stesso determinato per il raggiungimento dell’obiettivo (sinonimo di una ormai piena e matura consapevolezza dei propri mezzi), calciatore finalmente decisivo nelle partite che contano , capace finalmente di sbloccarsi nelle gare ad eliminazione diretta, di essere fattore determinante in una finale (marchiata con due gol, il primo della sfida, per sbloccare dal dischetto il match, e quello del momentaneo 3-2, nei tempi supplementari, per riportare in partita la sua Argentina, sconvolta dall’uno due micidiale di Kylian Mbappè), finalmente in grado di segnare con le proprie giocate e le proprie reti un mondiale (sono 7 alla fine dell’edizione; più della metà delle 13 globalmente realizzate in tutta la sua carriera in tale manifestazione) ma soprattutto, chiudendo un percorso e confermando un trend già intravisto nella Copa America dello scorso anno, capace di essere LEADER.
Una leadership esercitata con carisma e sicurezza non solo nei confronti di una delle versione della Selección meno “aliena” degli ultimi 30 anni (la prima in cui risultava definitivamente conclusa la generazione dei vari Aguero, Mascherano, Higuain ecc..), ma nei confronti di un intero popolo, mai come prima di questo mondiale consapevole di non aver altra speranza che affidarsi al sinistro del suo Diez per ritornare sul tetto del mondo e che, per la prima volta definitivamente mettendo a tacere qualsivoglia paragone con il dieci per eccellenza, ha anzi voluto mettere sullo stesso piano passato e presente, mentore e allievo, l’illustre predecessore e l’aspirante successore, con cori ben presto capaci di far cantare i tifosi di tutto il mondo e destinati anch’essi alla leggenda (https://youtu.be/q3-h3E4brQU ; https://youtu.be/O-_2-3pVsF4 ).
Difficilmente, dicevamo, è possibile, nel mondo del calcio, appellarsi a quei dati di fatto, a quella sfera di dati oggettivi che, necessariamente, orientano la determinazione dell’opinione su una data questione; e neanche la conquista di questo mondiale potrà fare eccezione: come sempre, nel calcio, tutti potranno continuare a dire la loro.
Nella modesta opinione di chi scrive, anche il giorno dopo della conquista del mondo, Messi non è come Maradona, e probabilmente mai lo sarà: Diego era e sarà sempre un personaggio, prima ancora che un’atleta, troppo sui generis, troppo pirandelliano, oserei dire, troppo Don Chisciottesco, per poter essere paragonato a qualcun altro; nel caso specifico, troppo diversi, risultano essere i due caratterialmente, troppo diverse sono le epoche in cui hanno espresso il proprio genio, per poter compiutamente risolvere un paragone che , in realtà non ha proprio ragione d’esistere.
Bisogna, però, essere coerenti, maturi, preparati, ma, soprattutto, intellettualmente onesti: forse non sarà mai come Diego, ma sicuramente rimarrà per sempre, immortale, semplicemente LEO.
“NO TE LO PUEDO EXPLICAR, PORQUE NO VAS ENTENDER” cantavano, quasi con fare premonitore, gli aficionados argentini, e non si può che accodarsi al loro inno.
Difficilmente si potrà spiegare razionalmente, ma come conseguenza degli storici eventi che hanno caratterizzato un l’ultimo mese, si può senz’ombra di dubbio dire una verità, emettere una sentenza:
la conquista di un mondiale, può, a buon titolo, rappresentare un elemento oggettivo dal quale partire per formulare la propria opinione; e, sebbene tutti potranno sempre dire la loro, nessuno potrà più usare contro Lionel Messi quelle ricorrenti critiche mossegli nella sua carriera (ovviamente, con riguardo alla sua esperienza in nazionale): mai decisivo nelle partite che contano, mai leader per i suoi compagni ed il proprio popolo, mai stato sul tetto del mondo.
Il 18 Dicembre 2022 rappresenterà, nella storia del calcio, una delle date più indicative:
il giorno in cui Lionel Messi , liberandosi del peso che si era trascinato per una carriera intera, raggiungendo Diego sul tetto del mondo, e portando con sé il popolo argentino dopo 36 lunghi anni, si colloca definitivamente “alla destra del Padre” (citando Lele Adani) nel posto che ha dimostrato di meritarsi: l’Olimpo del Calcio, riservato ai migliori di tutti i tempi.
A cura di Giuseppe Vito Distefano
