Fra i più vincenti della storia del calcio nostrano, eppure, probabilmente, il più criticato.
E difficilmente ci si potrebbe aspettare il contrario; convinto “risultatista”, volenteroso, cioè, esclusivamente di portare a casa il risultato, senza badare troppo al “gioco” attraverso il quale perseguire questo obiettivo;
profeta, non a caso, del “corto muso” (concetto magistralmente espresso in una conferenza stampa ormai di culto), ovvero di quella applicazione tutta calcistica della filosofia volta ad ottenere il massimo risultato con la minima resa. Toscano verace, con una dialettica colorita ed una battuta sempre pronta che spesso si rivela un’arma a doppio taglio (non tutte le ciambelle , infatti, “riescono con il buco”, ed il rischio di essere fraintesi o strumentalizzati è sempre dietro l’angolo).
Dovrebbe essere ormai chiara l’identità del soggetto di cui stiamo parlando: Massimiliano Allegri, allenatore 6 volte campione d’Italia (fra Milan e Juventus), plurivincitore di Coppa Italia e Supercoppa Italiana, da due stagioni nuovamente sulla panchina della Juventus dopo due anni “sabbatici”.
Non se la passa di certo bene, il “Conte Max”, e con lui, tutta la sua compagine.
Anche prima che le vicissitudini giudiziarie della propria società condizionassero pesantemente non solo il clima e l’umore dello spogliatoio, ma anche -direttamente- la posizione in classifica della squadra, notevoli e molteplici erano le critiche mosse da una consistente parte di tifo e addetti ai lavori all’allenatore toscano:
incapacità di far esprimere una compiuta idea di gioco alla squadra;
poca valorizzazione di alcuni degli interpreti più brillanti del suo collettivo;
colpevolezza nel non aver provveduto ad un aggiornamento tattico personale nel corso dei suoi due anni di stop;
il tutto individuato alla base di un complessivo andamento al di sotto delle aspettative e dei programmi inziali.
E alcune di queste critiche hanno un fondamento decisamente condivisibile: innegabilmente, dopo un opaco quarto posto e un anno da zero tituli che ha chiuso la prima stagione della seconda esperienza torinese, quest’anno una Juventus sulla carta costruita per vincere ha concluso un girone di Champions Legue disastroso (con soli 3 punti conquistati ed una -per certi versi anche fortunata- misera retrocessione in Europa Legue) e -prima che la penalizzazione scaturita dalle vicende giudiziarie la relegasse al nono posto-proseguiva in notevole ritardo rispetto al Napoli capolista.
Il tutto sembrerebbe materiale utile per avvalorare una tesi fortemente avanzata dai più aspri e schierati detrattori del tecnico della Juventus: quella che lo individuerebbe con un allenatore ormai finito, superato, e ancora saldamente al timone della squadra solo a causa del suo faraonico stipendio e delle note problematiche extra-campo della società.
Tuttavia, si può dire che sia veramente così?
Come necessariamente avviene per ogni evenienza, il metaforico “bicchiere” non può essere completamente vuoto: non tutto è da buttare insomma, non tutto è completamente nero.
In una Juventus certamente molto in difficoltà sul piano tecnico, non mancano tuttavia note positive: alcuni giocatori non sempre brillanti, ed anzi a lungo in chiaroscuro (specie nelle gestioni tecniche frappostesi fra la prima e la seconda esperienza dello stesso Allegri sulla banchina bianconera), possono ormai definitivamente essere riconosciuti come leader tecnici e morali di una squadra la cui maglia (seppur magari di meno rispetto al suo recente passato), risulta essere comunque sempre molto pesante e affascinante; si pensi a Rabiot ,Locatelli, Danilo.
Seppur interrotta da alcuni scivoloni clamorosi (ogni riferimento alla “debacle” di Napoli è puramente voluto), dall’ultimo periodo “pre-mondiale” pare finalmente essere stata riscoperta una solidità difensiva a lungo smarritasi in quel di Torino, vera e propria conditio sine qua no per una squadra che voglia aspirare a traguardi ambiziosi.
Soprattutto, in una fase parecchio concitata della sua storia , la Juventus ha avuto modo di (ri)scoprire quanto bene abbia lavorato nel proprio settore giovanile negli ultimi anni: i vari Miretti, Fagioli, Soulè, Iling-Junior ecc., sono talenti puri che, dopo un apprendistato più o meno lungo ed una gestione oculata (volta a limitare fortemente il rischio di bruciarli), possono a pieno titolo considerarsi come parte delle rotazioni e fattori importanti di una squadra che , seppur non rispettando appieno le ambizioni di inizio anno, si trova comunque a lottare su tre fronti.
Insomma, come si diceva pocanzi, non tutto è da buttare, e gli aspetti positivi appena elencati non possono che essere riconosciuti come meriti del tecnico livornese.
C’è, infine, un ulteriore dato oggettivo che non può essere trascurato.
Nel momento più difficile della storia recente della Juventus, come solo i migliori sanno fare, il tecnico toscano pare si stia esaltando.
In un momento storico in cui, per non gettare alle ortiche una stagione (e compromettere, molto probabilmente, il futuro prossimo della squadra), in casa Juventus è necessario ricompattare un ambiente profondamente provato, far sì che tutti (gruppo squadra, società, tifosi) remino dalla stessa parte, pensando partita dopo partita, far leva su senso di appartenenza e orgoglio personale e collettivo per gettare il cuore oltre l’ostacolo, anche al fine di rendere più “attraenti” obiettivi ( Coppa Italia, Europa Legge e un generico “miglior piazzamento possibile in campionato”) che, in contesto di normalità risulterebbe essere alquanto deprimenti, Massimiliano Allegri par essersi calato perfettamente calatosi nella parte.
Come un buon padre di famiglia , il tecnico non solo sta riuscendo a collocarsi come padre e psicologo nei confronti di un gruppo giovane e, perlomeno in un primo momento, demoralizzato dagli eventi avversi, ma soprattutto , con una grinta ed una ferocia particolarmente inusuali, sta mandando un messaggio particolarmente forte a tutto il mondo Juve, difendendo alcuni dei suoi ragazzi particolarmente presi di mira da pubblico e media (si pensi al litigio avuto con un tifoso a termine dello scorso Juventus-Fiorentina).
Si suol dire (così come confermato da uno dei più grandi esponenti della categoria, Carlo Ancelotti, in una conferenza stampa del 2019) che un bravo allenatore sia colui il quale sia “capace di non fare danni”; un allenatore che, in questo momento, si sta ponendo come vero e proprio valore aggiunto del proprio team, dunque, si sta dimostrando, seppur temporaneamente, ben più che semplicemente “bravo”.
E allora il sottoscritto si sente di lanciare una provocazione: che sia il miglior Allegri di sempre?
articolo a cura di Giuseppe Di Stefano
