“Qualunque fiore tu sia,
quando verrà il tuo tempo, sboccerai.[…]
Perciò sii paziente verso quanto ti accade
e curati e amati
senza paragonarti
o voler essere un altro fiore,
perché non esiste fiore più bello di quello
che si apre nella pienezza di ciò che è.
E quando ciò accadrà,
potrai scoprire
che andavi sognando
che aveva da fiorire.” (W.Gioia)
Nella saggezza orientale esiste un principio, quello del “ciliegio, susino, pesco e prugno selvatico” in cui si rappresenta l’unicità e l’intrinseca bellezza di ogni fiore nella diversità. Sarebbe impossibile chiedere al ciliegio di diventare un prugno o a un susino di sbocciare con i tempi del pesco. Nel regno della natura non chiediamo a niente e nessuno di non ascoltare i propri tempi e i propri cicli, ma lo facciamo con gli esseri umani.
Chiediamo ai ragazzi e alle ragazze di entrare in un sistema di istruzione che non è pensato sulla loro meravigliosa individualità e potenzialità ma imponiamo loro un unico tempo e un unico modo. Adottiamo, come società, una narrativa del primato decisamente titanica che celebra chi non dorme, chi si laurea anni prima, chi sacrifica se stessa o se stesso per arrivare all’obiettivo della laurea con il massimo dei voti, in anticipo o in tempo. Ma il tempo di chi? Non sicuramente il tempo che ogni individuo sente suo, in accordo con le proprie capacità meravigliose e insostituibili.
Siamo al punto in cui sui giornali c’è posto per le studentesse prodigio che partoriscono e discutono la tesi lo stesso giorno, per quelle che non si riposano, per quelli che impiegano la metà del tempo (quello giusto per loro) e per chi prende più di una laurea contestualmente. Non c’è la lotta di chi soffre d’ansia, non c’è il dolore di chi ha paura di non farcela, di chi sente sbagliato, di chi supera i propri ostacoli interiori e comunque ce la fa. Talmente la narrativa del prodigio è radicata nella nostra società che alcuni di noi arrivano a pensare che la vergogna di aver mentito sulla discussione di una tesi che non esiste sia più importante del valore della propria vita, la cosa più preziosa.
Le aspettative che hanno ucciso il 30 novembre Riccardo Faggin sono le stesse che ci fanno credere che la nostra esistenza ha senso solo se superiamo gli esami, se prendiamo un bel voto e se otteniamo quel titolo. Non c’è posto per i “deboli” se ci si sente tali. Nella maggior parte dei casi le nostre famiglie ci spingono a dover mentire per non deluderli, i professori ci umiliano o non ci sostengono se non rispondiamo come loro desiderano e per il grido di dolore di un “debole” non c’è spazio. Lo spazio lo trovano, invece, i problemi di salute mentale, i disturbi alimentari, l’ansia perenne, il senso di impotenza a fallimento e in casi estremi il suicidio. Servirebbe ricordare nelle scuole e nelle università ai giovani che sono un fiore unico proprio come il “ciliegio, susino, pesco e prugno selvatico”, che ogni vita è unica e preziosa, che ognuno ha una missione che solo lei o lui può compiere e che nonostante le difficoltà si può trionfare. L’unica competizione che si dovrebbe sentire è quella con se stessi per migliorare e diventare professionisti di valore. La morte di Riccardo Faggin che si è schiantato ieri contro un albero perché aveva organizzato la festa di una laurea che non ci sarebbe mai stata, non deve essere vana, non deve passare in secondo piano. Essa è il fallimento di tutti e del modo tossico di celebrare e pensare gli studi.
Da oggi voglio imparare a rispettare i miei tempi e quelli degli altri, a celebrare la diversità e ad accogliermi con le mie fragilità perché infondo scoprirò che andavo sognando, di essere un fiore che aveva da fiorire.
A cura di Livia Mancinelli

Grazie Livia. Un abbraccio a tutta la famiglia e agli amici di Riccardo
Riflessioni importanti, che toccano il cuore e l’anima. La fragilità fa parte dell’essere umano, così come il coraggio e la forza , ma non sempre siamo disposti a farci aiutare per uscire da un ingranaggio sbagliato. Riccardo non è riuscito a vedere un’altra vita, non è riuscito ad accettarsi ed a farsi accettare per quello che era. Non è riuscito a chiedere aiuto alla sua famiglia che di certo lo avrebbe accolto e sostenuto , è rimasto ingabbiato in un ruolo che non era il suo . Non ha visto una speranza nonostante la sua giovane età, non è riuscito a trasformare il veleno in medicina. Brava Livia, dalle tue parole si percepisce sensibilità e attenzione per le sofferenze degli altri! Sin da piccola ti sei sempre presa cura dei più deboli con coraggio e gentilezza .