Spero che non me ne vorrà Valerio Lundini per aver preso in prestito, quale titolo di questa breve riflessione, il nome del quiz-show satirico che ha brillantemente “condotto” in una puntata di Battute? su Rai 2 (se non lo avete visto, recuperate immediatamente!). Mi è utile, tuttavia, per criticare il modo in cui l’universo dell’informazione e della politica troppo spesso, dinnanzi ad avvenimenti suscettibili di essere giudicati secondo canoni di razionalità e di buon senso, si interroga e ci interroga sull’esistenza (duce) o sull’inesistenza (non duce) del pericolo fascismo, trasformando il dibattito pubblico in una partita di ping-pong ideologico.
Una premessa appare doverosa: l’antifascismo, il rifiuto categorico di ogni forma di violenza, è il valore fondante della Repubblica Italiana, che nasce proprio dalla sconfitta del totalitarismo. È grazie ai Comitati di Liberazione Nazionale se ad oggi, banalmente, è possibile scrivere e condividere una riflessione come questa. Credo, allora, che la lotta per la libertà debba essere trattata con il rispetto e la gravitas che merita. Credo, ancora, che l’essere antifascisti, presupposto fondamentale per dirsi cittadini della Repubblica, imponga il giusto grado di serietà nell’affrontare queste tematiche. Se così non fosse, rischieremmo di rinunciare definitivamente ad analizzare fatti complessi e delicati con il grado di profondità che meritano a beneficio del “fascistometro” a cui quotidianamente veniamo sottoposti dagli organi di informazione. Rischieremmo di arrenderci alla trasformazione del pensiero critico “tridimensionale” in quello che contempla due sole possibili dimensioni: quella del bianco – forse rosso? – e del nero. Rischieremmo di accettare la banalizzazione e la ridondanza di un tema, ad oggi spesso invocato a sproposito, cruciale per lo storia della Libertà e dell’Italia.
Può essere utile considerare la cronaca recente.
Nella giornata di martedì 25 ottobre al dipartimento di scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma si è tenuto un convegno organizzato da Azione Universitaria Sapienza (che sul suo sito web si definisce “un’associazione studentesca universitaria italiana, ascrivibile all’area della destra politica”) dal titolo “Capitalismo, il profilo nascosto del sistema”. Tra gli ospiti attesi Daniele Capezzone, già portavoce di Forza Italia e Fabio Roscani, presidente di Gioventù nazionale (il movimento giovanile di Fratelli d’Italia). Il collettivo di Scienze politiche, associazione studentesca del dipartimento omonimo, già dal giorno precedente aveva organizzato una manifestazione di protesta, fissata per il giorno del convegno alle ore 10:00, con l’obiettivo di contestare lo spazio concesso all’interno dell’Università agli ospiti e l’associazione organizzatrice, reputata di matrice fascista. Si legge dalle dichiarazioni dei manifestanti che a partire dalle ore 9, tuttavia, la facoltà appariva blindata; gli agenti della Celere erano già schierati.
Solo più tardi, tramite una nota, la rettrice Antonella Polimeni chiarirà che: “vista la particolare veemenza delle proteste di un gruppo di persone intenzionate a entrare in aula per interrompere il convegno, il dirigente del servizio predisposto dalla Questura di Roma ha deciso di intervenire per garantire la sicurezza collettiva.“
Questo l’antefatto.
Per capire cosa accade nei momenti successivi, invece, bisogna affidarsi alle testimonianze riferite da chi c’era. Secondo fonti della polizia, la situazione sarebbe degenerata “dopo una trattativa fallita tra studenti e agenti in borghese, in seguito a tentativi veementi di sfondare” il cordone della polizia (fonte: https://www.rainews.it/amp/tgr/lazio/articoli/2022/10/vbdf-29d0c796-76dc-40f1-97b2-3b780d5ee777.html). Secondo i manifestanti, al contrario, la Celere avrebbe reagito sproporzionatamente al mero tentativo di appendere uno striscione che rivendicava l’anima antifascista dell’Università e che recitava “fuori i fascisti dall’università”, slogan che è poi risuonato nei cori intonati dai manifestanti. I video che sono diventati virali riprendono proprio questi momenti: un manifestante viene bloccato a terra e ammanettato per aver tentato, secondo la versione resa dalla Celere, di colpire i poliziotti con un’asta di plastica; la polizia, dal canto suo, ha colpito con i manganelli i manifestanti per respingerne la carica. Il bilancio ufficiale è di diversi contusi e 9 feriti: 7 poliziotti e 2 ragazzi.
Questi i fatti, drammatici, che avrebbero imposto più di una riflessione. Tuttavia, la rappresentazione giornalistica che ne è stata data, tramite la stampa e i vari talk show, ha rinunciato a riportare in maniera esaustiva gli elementi di fatto più controversi la cui considerazione avrebbe, invece, permesso di esprimere un giudizio serio, coerente e scevro da condizionamenti di carattere ideologico. Infatti, ferma (e fondamentale) la libertà di “manifestare liberamente il proprio pensiero” (art. 21 Cost.) e il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi (art. 17 Cost.), sarebbe stato certamente grave se i manifestanti fossero riusciti ad impedire lo svolgimento della conferenza, compiendo un atto violento e intollerabile. Allo stesso modo, sarebbe ancor più inaccettabile se si accertasse che la Celere (corpo speciale di polizia deputato al mantenimento dell’ordine pubblico) nel garantire la sicurezza collettiva abbia fatto ricorso alla forza indiscriminatamente e in spregio ai canoni di proporzionalità. Si tratta di considerazioni cruciali: temi quali la libertà di manifestazione del pensiero e i suoi limiti, la proporzionalità nell’uso della forza, il paradosso della tolleranza rappresentano la cartina al tornasole dello stato di salute di una democrazia. Temi che avrebbero meritato un grado di approfondimento e di riflessione evidentemente superiore rispetto al solito, ennesimo, duce o non duce.
A cura di Sante Mottola di Amato
