È recentemente uscito sulla piattaforma Netflix il tanto atteso film Blonde, diretto da Andrew Dominik, che porta in scena una biografia romanzata dell’iconica attrice Marilyn Monroe, interpretata da Ana de Armas. L’attrice, attraverso la sua brillante e scenica interpretazione, è riuscita a far rivivere allo spettatore la sofferenza che ha accompagnato Norma Jeane, in arte Marilyn Monroe, nel corso della sua vita. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Joyce Carol Oates, non rappresenta fedelmente la vita della star, ma al contrario è ricco di speculazioni e invenzioni di cui non ci sono prove concrete.

Nel momento in cui Norma Jeane diventa Marilyn, realtà e finzione iniziano a confondersi.

Il registra rappresenta Marilyn come una donna prigioniera del suo stesso personaggio, che smarrisce progressivamente la sua identità. Persa tra i suoi stessi ruoli, la diva non è più in grado di riconoscersi e soffre per la vuota percezione che il pubblico e le persone a lei vicine hanno di lei. A farlo capire è anche l’interpretazione della de Armas, che rappresenta l’icona come una donna ingenua e candida anche dopo le innumerevoli sventure che la vita le ha riservato. Questa scelta del regista può essere considerata un punto di forza, infatti Dominik è riuscito a rappresentare quanto Norma fosse ormai diventata un tutt’uno con Marilyn; d’altra parte, però, finisce così per svilirne il carattere e il genio.

Nella parte iniziale del film numerosi flashback raccontano l’infanzia problematica di Marilyn. Il padre la abbandona ancora prima della sua nascita e la sua identità rimarrà sempre sconosciuta. Quando ha solo sette anni, invece, sua madre viene ricoverata in un ospedale psichiatrico per schizofrenia paranoica. La piccola passa da un orfanotrofio all’altro fino al compimento dei diciassette anni, quando decide di sposarsi per liberarsi dalla sua condizione di orfana.

Nel film viene anche raccontato di un ménage a trois tra Marilyn, il figlio di Charlie Chaplin ed Eddie Robinson jr. Alla scoperta della sua sessualità, il rapporto con i due uomini sembra essere l’unico legame sincero e stabile che l’attrice riesce a intrattenere. Nonostante non ci siano prove concrete di questo triangolo, nella pellicola rappresenta un momento importante perché sono gli unici uomini che sembrano apprezzarla e vederla a prescindere dal suo successo.

Malgrado lo spigliato senso di maternità, Marilyn non è mai riuscita ad avere figli a causa di aborti spontanei e non. La raffigurazione di questo suo intimo desiderio è stata però distorta attraverso molte scene a tratti macabre e disturbanti. In un momento in cui il tema dell’aborto è così discusso nella società attuale, i dialoghi tra Marylin e il feto parlante presenti nel film sembrano sostenere una politica antiabortista. Il modo crudo e sanguinoso in cui l’aborto viene mostrato al pubblico fa venir meno la sensibilità con cui è necessario affrontare l’argomento in questo periodo storico.

I due matrimoni della star vengono rappresentati in maniera abbastanza fedele. La fine del primo è stata causata dalla gelosia morbosa di Joe DiMaggio, stanco che sua moglie venisse ridotta ad oggetto del desiderio sessuale dell’americano medio dell’epoca. Più sana e idilliaca la seconda relazione con Arthur Miller, che amava Marilyn anche per il suo genio.

Marilyn inizia a fare un uso sempre più massiccio di droghe e tranquillanti; saranno proprio questi a darle la morte nel 1962. Ancora oggi non sappiamo se si sia trattato di morte o suicidio ed è per questo che la sua scomparsa si è trasformata in un vero e proprio giallo. Negli anni sono state formulate diverse teorie riguardo le circostanze della sua morte, anche per via degli ambigui rapporti con i fratelli Kennedy.

Infatti, nell’ultimo periodo della sua vita si vociferava che Marilyn avesse intrattenuto una relazione non soltanto con John Kennedy, ma anche con il fratello Robert, entrambi al tempo già sposati. Si pensò a un coinvolgimento dei Kennedy nella morte della diva in quanto si credeva che fosse a conoscenza di numerose informazioni potenzialmente pericolose per la famiglia.

Nonostante la cura di costumi e scenografia, il film non sembra rendere giustizia a questa icona degli anni Cinquanta, ancora una volta sessualizzata e stigmatizzata.

A cura di Maria Teresa Lamanna e Francesca Giorgi

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