Sangue, coprofagia, pedofilia, incesto, tortura, sadismo, marciume, genio: Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini è l’opera magna dell’artista, uno dei film più scioccanti e disturbanti di sempre e uno dei più grandi film della storia.
Primo capitolo della trilogia della morte, mai finita data la prematura morte del regista, prende a piene mani da quello che è, con pochi dubbi, il libro più marcio della storia, “le 120 giornate di Sodoma” del Marchese de Sade, che lo scrisse come critica al libertinaggio sfrenato della società francese del suo tempo, e allo stesso modo come suo manifesto; del resto da lui deriva il termine “sadismo”.
Pasolini, per quanto non abbia trasportato su schermo ogni nefandezza descritta dal Marchese, realizza comunque un film splendidamente grottesco: come intuibile dal nome, ci troviamo nella repubblica di Salò, in epoca fascista, e qui 4 signori, il Duca, il Presidente, l’Eccellenza e il Monsignore, si riuniscono in una villa insieme ad altrettante prostitute e a dei soldati, i quali sono stati incaricati di rapire giovani ragazzi e ragazze di famiglia antifascista, per sottoporle a qualsiasi malata idea venga ai signori.
La regia di Pasolini è come sempre impeccabile, pulita e pregevole: è in grado di mostrare le scene più disgustose con un’eleganza che evidenzia ancora di più il marcio che stiamo osservando.

Nulla è salvo dalla dissacrazione più totale: il cibo, la vita, la religione, il matrimonio, l’amore, il legame tra genitori e parenti; tutto è vittima e tutto deve essere rovinato agli occhi dello spettatore.
In ogni singolo momento, ci viene ricordata l’impotenza delle vittime, la crudeltà dei loro aguzzini e di come essi siano contemporaneamente registi e attori delle immonde scene che ideano, ed è facile comprendere il primo messaggio del regista: l’unica vera anarchia è quella del potere, poiché è con il potere che realmente non si hanno superiori a cui rispondere, non si hanno punizioni e non si hanno inibizioni.
Un’altra importante riflessione è sulla contagiosità del male, come uno dei 4 libertini dice: nulla è più contagioso del male, sembra quasi connaturato nella natura umana, e più è libero più è sfrenato e più cresce, in una spirale in cui i signori sembrano quasi sfidarsi l’un l’altro in un crescendo di orrida, ingiustificata e poetica violenza.
Vi sono molte altre sfaccettature di questo capolavoro, come la critica al fascismo, la critica al potere, la mercificazione della vita umana, l’uccisione del marxismo.
Pasolini crea un’opera di una profondità disarmante, impossibile da dimenticare, e che merita di essere eletto non solo come uno dei migliori elementi della settima arte, ma come una delle più grandi opere della razza umana.
Articolo a cura di Antonino Varì
