Settembre. Un mese che, di solito, calcisticamente parlando, non dice molto.
Fino alla scorsa stagione, infatti, Settembre era il mese in cui, dopo poco più di due o tre partite, con il campionato iniziato negli ultimi dieci giorni di Agosto, arrivava la prima –fastidiosa-pausa per le nazionali, che impedisce ,a qualunque tifoso o addetto ai lavori, di formulare un giudizio compiuto sulla propria squadra; del resto ci sarà un motivo se, con riguardo a questo periodo, si utilizza l’appellativo “calcio d’Agosto”, quasi a rimarcare il fatto che, sotto tutti i punti di vista, queste partite non possono essere prese che come poco più d’una amichevole.
Insomma, solitamente, quanto accade in questo particolare periodo dell’anno lascia il tempo che trova, e sono altre le fasi della stagione in cui poter compiutamente tirare le somme, effettuare un bilancio ed eventualmente (da parte delle società) prendere le prime, scomode, decisioni.
Tuttavia, in questa anomala stagione, resa tale, sul piano del calendario e non, dal primo storico mondiale da giocare in Inverno, Settembre ha decisamente abbandonato la sua fisionomia: ad oggi, infatti, si sono già giocate sei partite di Serie A, i vari turni preliminari di Coppa Italia, nonché le prime partite delle varie competizioni eropee; insomma, abbastanza per potersi ritenere soddisfatti, o meno, dell’avvio di stagione dei vari team, e per assistere alle prime “conseguenze” di quanto di positivo o negativo fatto finora.
Non a caso, è già “saltata”, in data 06/09, la prima panchina di una squadra di Serie A: quella di Sinisa Mihajlovic al Bologna. Una notizia che, però, per quanto strano possa sembare, più che commenti di natura tecnico-sportiva ha sollevato reazioni e considerazioni dal carattere prettamente moralista. A questo, punto però, è doveroso fare una breve premessa.
Sinisa Mihajlovic, cinquantatreenne allenatore di calcio, era stato nominato mister del Bologna nel Gennaio del 2019, ereditando una squadra in grande difficoltà ed al terz’ultimo posto in classifica.
Con la grinta ed il carattere che lo hanno sempre contraddistinto, Miha riesce non solo a raggiungere un’insperata salvezza anticipata, ma addirittura porta la sua squadra a concludere il campionato al 10° posto, con un ruolino di marcia a dir poco invididiabile (9 vittorie, 3 pareggi e 5 sconfitte in 17 partite).
Naturale conseguenza di queste prestazioni, la conferma, a furor di popolo, da parte della società, suggellata da un rinnovo triennale del proprio contratto; ben presto però, la relazione fra il Bologna FC, la città felsinea e Mihajlovic assumerà dei contorni ben più ampi di un normale “rapporto di lavoro” fra un allenatore di calcio e la sua società, dando vita ad una delle più belle storie che lo sport ha recentemente saputo raccontarci.
E’ il 13 Luglio 2019: a poche settimane dal rinnovo del contratto, Sinisa scopre di essere affetto da una forma acuta di leucemia, e, ovviamente, afferma immediatamente di volersi sottoporre quanto prima alle relative cure, che gli avrebbero tuttavia impedito di svolgere regolarmente il proprio ruolo.
Ciononostante il direttore sportivo del club Walter Sabatini conferma l’intenzione da parte della dirigenza di mantenere il serbo nel ruolo di tecnico della squadra sino alla scadenza naturale del contratto da poco sottoscritto: Mihajlovic accetta con entusiasmo di mantenere il suo incarico e puntualizza: “D’ora in avanti misuratemi e valutatemi come allenatore, non come paziente”, coerentemente con il suo carattere duro e combattivo.
Il club, dunque, fa installare nella stanza ospedaliera che a lungo avrebbe ospitato il suo condottiero tutta l’attrezzatura necessaria affinchè quest’ultimo potesse seguire gli allenamenti del gruppo squadra, potendo così, seppur da remoto, continuare a svolgere il proprio incarico,ma non è tutto: i tifosi, ponendo le basi per la costruzione di un rapporto raramente visto, e difficilmente replicabile, fra un professionista del mondo dello sport ed una tifoseria (che, fra le altre cose, porterà, in data 17/11/2021 il mister a ricevere la cittadinanza onoraria della città), offrono più di una manifestazione di solidarietà e vicinanza nei confronti di Mihajlovic, organizzando vari pellegrinaggi a San Luca insieme a sua moglie e più volte, con cori e striscioni, invocando il nome del mister allo stadio e fuori da esso.
Tutto ciò, ovviamente, non potendo costituire altro che benzina ed energia positiva per un combattente come Mihajlovic, che, dopo soli 44 giorni di ricovero , sfruttando un permesso concessogli dall’ospedale, nonostante ancora particolarmente provato dalla malattia (“più morto che vivo”, come avrà modo di dire lui stesso in seguito), si presenta a Verona per il debutto stagionale dei suoi.
Anche il gruppo squadra, inoltre, si schiera completamente a sostegno del proprio allenatore, sfoderando prestazioni convincenti (evitando, dunque, di far pesare più di quanto non fosse naturale e fisiologico l’assenza quotidiana di Sinisa) e cercando quanto più possibile di stragli vicino; emblematica, in tal senso, la visita del suo gruppo sotto la finestra della sua stanza d’ospedale di ritorno da una vittoriosa trasferta a Brescia. Appare chiaro, dunque, come qualsiasi considerazione che possa riguardare la persona ed il ruolo di Mihajlovic nel Bologna F.C. esuli da un’analisi prettamente calcistica.
Ma, tornando ad oggi: dopo l’ottima prima annata conclusa da subentrato, Mihajlovic non riesce a dare seguito a quel progetto mirante ad accrescere sempre più le ambizioni e i risultati della sua squadra.
Nelle annate successive, infatti, arrivano due dodicesimi ed un tredicesimo posto, e viene trasmessa l’immagine di una squadra mai veramente capace di fare quel salto di qualità tanto invocato, ma, al contrario, destinata ad una perpetua mediocrità.
A tutto ciò, si aggiungano ulteriori problemi di salute di Miha,purtroppo colpito da una ricaduta durante la scorsa primavera, ed un cambio ai vertici societari con l’arrivo di Giovanni Sartori, nelle vesti di direttore tecnico, che, come sempre accade, è necessariamente andato a minare le certezze tecniche e progettuali precedentemente consolidatesi; un pessimo avvio di stagione (costituito da 3 pareggi e 2 sconfitte in cinque giornate di campionato) ha fatto il resto, di fatto determinando il primo esonero di questa stagione, così ponendo la parola fine alla forte storia d’amore fra Bologna e il suo condottiero delle ultime tre stagioni.
Tuttavia, è proprio nelle ore successive a questa (opinabile) decisione della società che si è assistito ad un fenomeno mai visto in precedenza nel mondo del calcio: quello di valutare una decisione di natura tecnica (quale l’esonero di un allenatore), affidandosi alla sfera della morale e al “politicamente corretto” più che ad una considerazione meramente sportiva.
Piuttosto che sindacare circa la fondatezza o meno delle valutazioni operate dalla società sull’andamento sportivo e tecnico della squadra, e dunque su quanto potesse effettivamente rivelarsi utile la scelta di cambiare allenatore o meno; piuttosto che valutare quanto effettivamente potesse essere colpa dell’allenatore e quanto, invece, la responsabilità fosse da “affidare” alla società (rea di aver condotto un calciomercato che ha portato alle remunerative cessioni dei pezzi pregiati della rosa, senza, tuttavia, provvedere alla ricerca di sostituti realmente affidabili); piuttosto che valutare la tempistica di una così drastica decisione (ha senso sostituire un allenatore comunque già calato nell’ambiente e già “conoscitore” dei suoi uomini dopo così poche partite? Oppure, qualora il dubbio fosse stato presente già da un po’, non avrebbe avuto maggiormente senso effettuare questo cambio all’inizio della preparazione, dando così modo al nuovo allenatore di incidere maggiormente sul gruppo e di poter dire la propria in sede di mercato?), mosse da un pietismo e da un presunto rispetto a mio parere molto ipocriti, ad avere la meglio sono state considerazioni di tutt’altro tipo.
Piuttosto che valutare la fondatezza della decisione in esame, l’opinione pubblica, si è interrogata su quanto fosse lecito sollevare dal proprio incarico una persona “malata”; su quanto fosse rispettoso o meno criticare (per demeriti sportivi, fra l’altro) una persona affetta da una così grave patologia; come se la malattia, insomma, dovesse essere assunta come criterio per valutare l’andamento e la resa professionale di un uomo.
Un ipocrita e falso perbenismo che, a quanto pare, non ha animato solo i ragionamenti di giornalisti e tifosi, ma anche quello di alcuni colleghi ipoteticamente chiamati a sostituire Mihajlovic; colleghi che, stando ad alcuni rumors, si sarebbero rifiutati di ricoprire tale incarico come forma di rispetto nei confronti dello stesso tecnico serbo.
Ma, siamo sicuri che considerazioni ed eventuali scelte di questo tipo siano realmente rispettose nei confronti di un professionista come Sinisa Mihajlovic?
Per quanto, come riconosciuto in precedenza, possa risultare difficile valutare l’esperienza di Mihasjlovic al Bologna senza considerare la sua dimensione extra-campo, siamo sicuri che un trattamento da malato, una vera e propria forma di discriminazione, possa essere terapeutico per un soggetto che si trovi in quelle condizioni?
Un uomo che, quando aveva annunciato pubblicamente la sua malattia, altro non voleva che essere giudicato e trattato come un professionista e non come un malato.
Siamo sicuri che qualunque professionista, in qualunque settore lavorativo, possa essere contento di mantenere il proprio posto di lavoro per via di una forma di buonismo nei suoi confronti, quasi come se stesse ricevendo una sorta di “contentino”, e non per via della sua preparazione e bravura professionale e della stima nutrita nei suoi confronti?
Ad essere sincero, per me Mihajlovic avrebbe avuto bisogno di tutt’altro: di maggior tempo per esprimersi, magari, di una squadra più competitiva, probabilmente, di essere congedato al termine del campionato scorso, tuttalpiù.
Proprio questo l’aspetto che ad oggi risulta, a parer mio, essere un vero e proprio campanello d’allarme.
E’ possibile che anche nel mondo del calcio, tradizionalmente palestra di vita, e luogo in cui apprendere i fondamentali valori della competitività, della meritocrazia, del perfezionismo e della dedizione rivolta ad un costante miglioramento di sé stessi, possa trovare spazio un atteggiamento, il finto moralismo cui si lega il politicamente corretto, figlio di una società in cui sembrare corretti è diventato più importante di esserlo?
Può lo sport, come le para-olimpiadi insegnano, che è uno strumento grazie al quale poter superare qualunque barriera, qualsiasi limite e distinzione, fisica e non, diventare il primo veicolo di una vera e propria discriminazione?
La speranza è che questo si riveli essere un caso isolato, e che presto, al calcio ( e allo sport in generale),nonché alle professionalità che lo costituiscono, ci si possa riferire esclusivamente mediante considerazioni tecniche, senza alcun pietismo di sorta; solo così, infatti, si potrebbe garantire, secondo me, una vera forma di rispetto, e soprattutto, non si rischierebbe di rovinare l’insieme dei valori alla base del gioco più bello del mondo.
A cura di Giuseppe Di Stefano
